Albert Einstein fu davvero bocciato in matematica?

Molte sono le curiosità legate alla vita del celebre fisico Albert Einstein, ma non tutte sono reali, bensì basate su errori di interpretazione o veri e propri falsi storici. Scopriamo insieme qualche dettaglio in merito.

Ogni scienziato, così come ogni individuo, ha la sua storia personale, ricca di aneddoti, curiosità e velleità peculiari, per non dire vere e proprie stranezze. Se è vero che l’eminenza scientifica deve essere scissa dalla persona e dalle sue opinioni, spesso figlie di un’epoca che non ci appartiene, è altrettanto vero che di queste grandi personalità spesso ciò che più colpisce l’immaginario collettivo sono piccoli particolari, dettagli che ce li rendono più familiari e meno distanti. A volte però, questi dettagli non corrispondono a verità.

La storia di Albert Einstein è in tal senso emblematica: tutti noi abbiamo sentito almeno una volta nella vita questo brillante fisico portato come esempio di perseveranza, tenacia, coraggio, perché, nonostante la sua incapacità in matematica, è riuscito a farsi strada in un campo basato proprio su quella materia per lui tanto faticosa. Purtroppo, questo esempio non corrisponde assolutamente al reale rendimento scolastico di Albert.

Non preoccuparti delle difficoltà che incontri in matematica, ti posso assicurare che le mie sono ancora più grosse.” [3]

Ma andiamo con ordine. Nella sua prima infanzia, Albert non diede segno dell’intelligenza precoce che ci si aspetterebbe da lui, anzi, il ritratto fornitoci dal fisico Jeremy Bernstein nella sua biografia L’uomo senza frontiere [1] è quello di un ragazzino sognatore, che amava farsi travolgere dal senso di meraviglia per ciò che lo circondava, ma che aveva anche difficoltà ad esprimersi: Albert infatti iniziò a parlare molto tardi, come viene testimoniato dalla sorella Maria, pronunciando le frasi che intendeva formulare solo dopo averle provate prima a bassa voce. Imparò anche a leggere in ritardo rispetto ai suoi coetanei.

Ma la scintilla della curiosità era accesa in lui già da lungo tempo: nella sua Autobiografia Scientifica [2], il fisico stesso descrive il suo primo vero incontro con un enigma legato ad un fenomeno scientifico, raccontando di come un giorno, mentre era a letto malato, all’età di circa 5 anni, suo padre, per distrarlo, gli mostrò una bussola. Il fisico descrive allora le impressioni suscitate in lui da quell’oggetto:

Il fatto che quell’ago si comportasse in quel certo modo non si accordava assolutamente con la natura dei fenomeni che potevano trovar posto nel mio mondo concettuale di allora, tutto basato sull’esperienza diretta del «toccare». Ricordo ancora – o almeno mi sembra di ricordare – che questa esperienza mi fece un’impressione durevole e profonda. Dietro alle cose doveva esserci un che di profondamente nascosto.

Questo passo mostra chiaramente come ciò che mancasse ad Albert non fosse affatto la predisposizione alla comprensione del mondo. Piuttosto, ciò di cui difettava era la capacità di sopportare di buon grado regole e imposizioni della vita scolastica. Bernstein ci fornisce un quadro dettagliato dell’incapacità di Albert di essere uno studente modello, almeno relativamente al comportamento: Albert amava infatti saltare le lezioni, e disturbare la classe durante le ore in cui invece vi presenziava, raccontando barzellette e reagendo aspramente alle critiche degli insegnanti.

Fu proprio il suo atteggiamento poco rispettoso dell’autorità costituita a determinare la sua espulsione dal Luitpold Gymnasium di Monaco: sempre Bernstein ci riporta come Albert fosse riuscito a farsi certificare da un medico un esaurimento nervoso per poter essere esonerato dalle lezioni, e contemporaneamente un insegnante lo avesse convocato per chiedergli di lasciare la scuola, asserendo che

«La sua presenza in classe compromette il rispetto degli studenti»

Lasciata la scuola che tanto lo opprimeva, Albert, 16 anni e nessun diploma, raggiunse la propria famiglia in Italia, dove suo padre e suo zio stavano seguendo degli affari. Qui decise di tentare, in anticipo di due anni rispetto agli altri esaminandi, l’esame di ammissione per il Politecnico di Zurigo.

Contrariamente alle proprie aspettative, Albert fallì l’esame.

A determinare questo fallimento non fu però la sua presunta scarsità in matematica, ma la sua poca dimestichezza con il francese, lingua nella quale venne svolto l’esame d’ammissione al prestigioso istituto. A salvare il suo futuro furono invece le sue eccezionali doti matematiche e scientifiche, che spinsero il direttore del Politecnico a cercare con Albert un compromesso: gli propose infatti di frequentare per un anno un liceo ad Aargau, a pochi km da Zurigo, per migliorare il proprio francese. Albert accettò di buon grado, trovandosi finalmente in un ambiente consono alle proprie esigenze, e riuscì a conseguire il diploma di scuola superiore, e a superare qualche mese dopo l’esame di ammissione al Politecnico di Zurigo.

A determinare il falso mito per cui Albert Einstein non fosse bravo in matematica sono state proprio le pagelle relative all’anno trascorso nel liceo di Aargau, giunte fino a noi e protagoniste di una coincidenza che ha portato a questo fraintendimento. Durante l’anno, infatti, i docenti decisero di invertire la scala di valori allora usata per attribuire i voti agli studenti. I voti erano espressi in un intervallo da 1 a 6, dove 1 indicava il voto più alto e 6 il voto più basso. Mentre per i primi due trimestri Albert riportava voti che oscillavano tra 1 e 2 in Algebra e Geometria, concluse l’ultimo trimestre con un 6 in entrambe le materie. Seguendo la logica del sistema precedente, questi risulterebbero voti decisamente desolanti, se non fosse che, a cavallo degli ultimi due trimestri, il sistema di attribuzione dei voti era stato completamente ribaltato, ed ora il voto più alto risultava essere proprio 6.

Nonostante la smentita ufficiale arrivi dalle pagine del New York Times, nel 1984 [4], questo mito resiste fino ad oggi, e probabilmente continuerà a farlo per altri anni. In realtà, la figura di Einstein non ha bisogno di quest’aspetto per rincarare la dose di umanità che già la pervade, come testimoniato dagli stralci di corrispondenza raccolti da H. Dukas e B. Hoffmann nella biografia Il lato umano, a lui dedicata [3]. Albert rispondeva a chiunque gli scrivesse, studenti, monarchi, aspiranti scienziati, persone comuni, dedicando ad ognuno di loro il proprio tempo e la propria esperienza, per dare un consiglio e portare positività nel loro quotidiano. Un genio straordinario nei panni di un uomo qualunque.

Fonti

  1. J. Bernstein, L’uomo senza frontiere. Vita e scoperte di Albert Einstein.
  2. A. Einstein, Autobiografia scientifica.
  3. A. Einstein (a cura di H. Dukas e B. Hoffmann), Il lato umano.
  4. W. Sullivan, Einstein revealed as brilliant in youth. (The New York Times, 14 Feb. 1984)
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