Mappato l’universo in 3D poco dopo il Big Bang

Osservazione con gli infrarossi della fetta di universo chiamata COSMOS, verso la quale sono stati puntati i telescopi della ricerca. Credit: ESO/UltraVISTA team.

Un gruppo di astronomi ha regalato al mondo una delle più grandi mappe in 3D dell’universo nelle sue prime fasi di vita. L’annuncio è arrivato durante una presentazione tenuta alla European Week of Astronomy and Space Science, a Liverpool, e i risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Esattamente, un gruppo di ricerca guidato da David Sobral della Lancaster University ha ottenuto una carta astronomica usando il telescopio Subaru, installato alle Hawaii, e il telescopio Isaac Newton, presso le Isole Canarie. Gli scienziati hanno così “fotografato” l’universo in 16 differenti epoche, tutte esistite tra 11 e 13 miliardi di anni fa. La mappatura include quasi 4000 giovani galassie in corso di formazione, molte delle quali si sono successivamente evolute in modo molto simile alla Via Lattea. Quest’ultimo dato è di vitale importanza, in quanto consente di farsi un’idea più chiara su come si è formata la nostra galassia dal Big Bang fino a oggi.

Il sistema usato dagli studiosi per ottenere la mappa in 3D dell’universo ai suoi albori è, tutto sommato, abbastanza semplice da spiegare. Ricordiamoci, innanzitutto, che la luce proveniente dalla maggior parte delle galassie lontane impiega miliardi di anni per arrivare ai nostri occhi. Ciò significa che i telescopi sono come delle macchine del tempo in grado di osservare le galassie così come erano in un’epoca assai remota.

Credit: D. Sobral

Ora, il punto è che la luce che parte dalle galassie lontane non arriva dalle nostre parti esattamente come era partita, perché, di fatto, viene “stiracchiata” dall’espansione dell’universo (ormai un fatto accertato). Il risultato dello stiracchiamento è che la lunghezza d’onda della luce si allarga, tendendo al rosso.

Come si può vedere nella figura qui sopra, il livello di tendenza verso il rosso (redshift) è correlato alla distanza della galassia. Così, misurando l’arrossamento, gli astronomi possono dedurre, oltre alla distanza, appunto, anche quanto tempo ha impiegato la luce a raggiungere i telescopi sulla Terra, e quindi anche quanto indietro nel tempo viene osservato l’oggetto in questione.

Ecco dunque che agli scienziati è bastato usare dei filtri luminosi  per osservare le galassie in differenti lunghezze d’onda, che poi corrispondono a specifiche epoche nell’emozionante storia dell’universo.

Articoli correlati