Il suono e le sue caratteristiche: musica e rumore

Il suono, ancor prima di diventare musica, può riecheggiare per le nostre orecchie regalandoci emozioni al pari di altre sensazioni (ad esempio una superficie soffice al tatto o un panorama mozzafiato). Le onde, la pioggia, la neve, lo scoppiettio del fuoco non sono musica bensì dei suoni, dei suoni molto piacevoli.

I suoni sono straordinari. Ed è straordinario il fatto che il suono, per sua natura fisica, si espanda fino ad un certo punto fino a cedere tutta la sua energia e terminare. In questo modo è possibile la presenza di più suoni contemporaneamente in diverse aree del pianeta senza che quest’ultime si confondessero e si sovrapponessero tra di loro. E’ straordinario.

Ciò che accade al nostro cervello quando ascoltiamo un suono è qualcosa di interessante:

Con i progressi della diagnostica si sta ipotizzando che i suoni comunichino al nostro cervello con un linguaggio tutto loro.

Sembra che la musica sia in grado di attivare determinate aree del cervello, sviluppando quindi emozioni che vanno dalla paura alla felicità, dalla tristezza alla serenità. Molto probabilmente ciò è dovuto ad una serie di processi, di comandi dati dai suoni, che rievocano ricordi ed esperienze già vissute che in quel momento abbiamo immagazzinato. Il ricordo dunque riaffiora grazie al comando del suono ed ecco che scatena l’emozione. In questo discorso rientra sicuramente il soggettivismo: ciò che piace a me non è detto che piaccia a te, probabilmente perché l’esperienza legata a quel fatto particolare è diversa, se non opposta, nei due soggetti.

Il suono è una delle chiavi che apre la porta ai ricordi

E’ Aprile.

Siamo belli tranquilli ed assorti in volatili e semplici pensieri durante una passeggiata che sentiamo giungere alle nostre orecchie un suono, uno qualsiasi. Al 90% dei casi quel suono è una chiave che entrando nel nostro cervello, si fa spazio e cerca la serratura adatta per aprire la porta al nostro ricordo; ed ecco che riaffiora un ricordo, ed ecco che in quel momento pensiamo a quel ricordo, ci emozioniamo, interrompiamo la nostra passeggiata e pensiamo. Inutile dire che dopo qualche minuto un altro suono possa scatenare la medesima reazione, e così via in eterno, o quasi.

Dal momento che in natura di suoni, intesi come toni puri, ne esistono davvero pochi, preferiamo in generale parlare di insieme di suoni armonici e quindi parliamo di musica o di suoni non armonici parlando così di rumore. Attenzione, non è detto che un suono non armonico non possa essere considerato musica: tutto dipende dalla nostra soggettività e non esiste una linea di separazione tra musica e rumore. Da un punto di vista fisico siamo soliti considerare la musica come insieme di suoni armonici e rumore come insieme di suoni non armonici.  

Suoni armonici e non. Cioè?

Un aspetto davvero interessante potrebbe risultare quello della distinzione tra musica e rumore. Da un punto di vista fisico ciò che sembra caratterizzare la prima rispetto al secondo è la sua descrizione in termini di un’onda periodica. Ovvero: la musica è un suono intonato, mentre il rumore non lo è. La musica principalmente si occupa dell’utilizzo di suoni intonati, dunque onde periodiche. Un sistema per la notazione del rumore tuttavia non esiste, quindi dal punto di vista della scrittura della musica tutti i suoni non intonati sono rumore.

Nella figura si può vedere la composizione in frequenza, lo spettro, del primo MI suonato dalla chitarra a 82,4 Hz. Si noti la presenza dei primi 17 armonici distribuiti a intervalli uguali, multipli della fondamentale.

Un rumore è invece un suono caotico e non organizzato; visto in frequenza mostra valori che non hanno legami ben definiti fra di loro. Nella figura si vede lo spettro di un rumore bianco, un suono con le componenti completamente casuali e dove il contenuto energetico è costante in ogni intervallo prefissato di frequenze.

Con qualche eccezione: certi strumenti a percussione, non perfettamente intonati, sono comunque musica e non rumore. Il sistema di scrittura e la tradizione musicale sembrano dare per scontata l’idea che il nostro orecchio trovi gradevoli i suoni (intonati) e tendenzialmente sgradevoli i rumori (non intonati). Se però butto le mani a caso sul pianoforte produrrò suoni intonati ma sgradevoli, mentre il rumore del mare sebbene non sia intonato è decisamente gradevole. Un caso a parte è costituito dal canto di molti uccelli, che solo a tratti è intonato. E’ un suono o un rumore?

Provando a trovare una risposta nella poesia, per Giacomo Leopardi sono piacevoli tutti i suoni, purchè siano vaghi e lontani.

Suono, rumore e quell’inesistente linea di confine tra i due

I suoni possono esaltare o deprimere, rallegrare o rendere tristi, rilassare o eccitare. Ciò dipende da numerosissimi fattori: primo tra tutti, ripeto, la soggettività. Alcuni suoni possono rilassare dandoci come una sensazione di sprofondare in tantissimi batuffoli di lana e cotone, altri possono essere fastidiosi soprattutto se raggiungono altissime frequenze. Questi ultimi li possiamo immaginare come fili di ferro che si insinuano nelle nostre orecchie e cominciano a farsi strada per tutte le circonvoluzioni del nostro cervello (non a caso sono spesso utilizzate nei film horror per destare quella sensazione di disagio e spavento).

Ormai ci si è fatti un’idea di ciò che l’essere umano possa trovare piacevole, come ad esempio la risata di un bambino, il mare quando è calmo e dolcemente accarezza la riva, lo scoppiettio del fuoco, il morso di una mela, camminare sulla neve, l’apertura di un vasetto sottovuoto, il vino mentre viene versato nel bicchiere. Altri suoni al contrario possono apparire talmente fastidiosi da indurre talvolta dolore psicofisico. Ciò potrebbe essere ricercato nella natura dell’uomo di rispondere istintivamente a determinati stimoli provocati dalla paura e da pericoli. L’evoluzione infatti funziona grazie alla capacità di adattamento dell’uomo: in breve, se un bambino tocca il fuoco e si brucia, saprà che da quel momento in poi tutto ciò che possa ricordargli quella sensazioni provoca in lui un’attenuazione nel comportamento e una riflessione che lo porta a non riprodurre quell’azione poiché sa già, attraverso l’esperienza, che non è di certo piacevole.

Così accade coi suoni che noi definiamo “fastidiosi”: questi evocano nel nostro inconscio sensazioni che possibilmente in passato risultavano associate a pericoli. Pensiamo allo strofinio delle posate in tavola, a quello di un coltello affilato su di una bottiglia di vetro o a quello delle unghia sulla lavagna. Vengono fuori dei suoni talmente sgradevoli che possono portare irritazione, orripilazione o nei peggiori dei casi anche dolori e fastidi psicofisici.

Vorrei concludere, con un pensiero di Boezio, il maggiore teorico musicale della tarda antichità:

Nulla è così strettamente umano quanto l’abbandonarsi a dolci armonie e il sentirsi infastiditi da quelle discordanti, e questo non si limita a gusti individuali, o a specifiche età, ma abbraccia le tendenze di tutti … quindi a ragione Platone disse che l’anima del mondo è in stretto rapporto con l’armonia musicale.

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