Glifosato, sentenze giuridiche e scienza

Si può stabilire la pericolosità di una sostanza con una sentenza?

Del famoso glifosato, l’erbicida al centro di furiose polemiche, se ne è parlato in lungo e in largo. Su BioPills abbiamo scritto due articoli a riguardo, uno sulla tossicità per l’uomo (qui) e uno sulla tossicità ambientale (qui). Una recente sentenza giuridica americana ha riaperto il dibattito, condannando l’azienda di biotecnologie agrarie Monsanto Company ad un risarcimento milionario nei confronti di un lavoratore agricolo, per non aver specificato i rischi di cancerogenicità su un prodotto a base di glifosato. Questa sentenza, e l’accoglienza che ha ricevuto in Italia e nel resto d’Europa, può essere di stimolo per alcune riflessioni sul funzionamento della scienza e sul modo in cui andrebbe comunicata.

Scienza e sentenze

Questa sentenza ha stabilito che il glifosato è una sostanza cancerogena? No, anche se la maggior parte delle testate italiane hanno lasciato intendere il contrario. Ovviamente no, perché la pericolosità di una sostanza non può, e non deve, essere decisa in un’aula di tribunale. A maggior ragione se, come nel caso del processo di cui stiamo parlando, la giuria è composta da un gruppo di normali cittadini, scelti a caso. Questo caso ricorda da vicino alcune recenti sentenze italiane che hanno ordinato risarcimenti a bambini autistici per presunti danni da vaccini. La comunità scientifica si è espressa da anni sull’inesistenza di un legame tra autismo e vaccini, e nessun tribunale può cambiare questa conoscenza. Semmai potrà essere la comunità scientifica, in seguito ad eventuali nuovi dati ed evidenze, a cambiare la propria opinione.

E nel caso del glifosato?

Beh, la sentenza in esame appare quanto meno discutibile, visto che anche in questo caso la comunità scientifica si è espressa (anche se, va riconosciuto, non unanimemente; qui una lettera a riguardo firmata da numerosi scienziati) sulla non pericolosità del glifosato per la salute umana. Come già trattato su BioPills (qui) le principali agenzie americane ed europee per la tutela della salute e dell’ambiente, sulla base di centinaia di studi, hanno riconosciuto la sostanziale non pericolosità del glifosato per la salute dei consumatori. Questa è l’opinione maggioritaria nella comunità scientifica, che può e deve essere discussa e rivista sulla base di nuovi dati, ma all’interno della comunità scientifica. Non con una sentenza.

E qui parte una nuova polemica.

Alcuni (se non una parte significativa) degli studi di cui abbiamo parlato sono finanziati e portati avanti dalle stesse compagnie che producono il glifosato (Monsanto in primis). E allora come possiamo essere certi della bontà di questi studi? Non possiamo, perché gli uomini (anche gli scienziati) sono noti per la loro disonestà, e la falsificazione di dati scientifici è cosa avvenuta in diverse occasioni (ad esempio, il famigerato studio falso che mostrava la correlazione tra vaccini ed autismo). In questo caso, tuttavia, stiamo parlando di migliaia di studi, molti dei quali portati avanti da enti pubblici totalmente slegati da interessi privati. Si possono ipotizzare tutti i complotti possibili, ma in questo modo si finisce per dubitare di tutto.

Tra l’altro, volendo spingere la logica al di là delle urla e dei titoli di giornale, chi guadagnerebbe dalla messa al bando del glifosato sarebbero proprio le grandi multinazionali, Monsanto in testa. Perché? Perché il brevetto del glifosato è scaduto da tempo (dal 2001), e oggi questa sostanza è liberamente prodotta ad un brezzo bassissimo, a differenza di altri erbicidi (prodotti proprio da queste multinazionali) che vedrebbero incrementate le vendite nel caso della messa al bando del glifosato.

Ragionando in questo modo (con i se e con i ma) si può però, come detto, giustificare ogni posizione. Restiamo nella scienza, che è sostanzialmente chiara. Il glifosato non è considerato cancerogeno, sulla base dei dati (innumerevoli, molti dei quali privi di conflitti di interesse) disponibili.

L’eccezione, ovvero l’importanza di comunicare la scienza

C’è però un’eccezione. La IARC (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il glifosato come “probabile cancerogeno”. Questo sembra, apparentemente, in contrasto con quanto detto fin’ora, e ci permette di aprire una nuova riflessione: la scienza va capita (e ben comunicata). In realtà la classificazione della IARC non è in contrasto con quanto riportato dalle altre agenzie per la salute. Si tratta di due questioni diverse.

La IARC si occupa di classificare le sostanze in base alla loro possibile cancerogenicità (da “sicuramente non cancerogeno” a “cancerogeno”) senza tenere conto della dose di esposizione. “Probabilmente cancerogeno” significa che, in base ad alcune evidenze, la sostanza glifosato in generale potrebbe causare il cancro. Si tratta di un campanello d’allarme. Un “Ehi, magari vale la pena di approfondire la conoscenza di questa sostanza”. E così viene fatto. Si fanno esperimenti, si valuta l’esposizione a diverse dosi e per diverso tempo, e si traggono conclusioni. Questo è stato fatto, e i risultati, analizzati nei rapporti delle agenzie per la salute di cui parlavamo prima, dicono questo: la dose normale di glifosato con cui una persona entra in contatto attraverso il cibo è assolutamente sicura. E lo è anche la dose che riceve chi non questa sostanza ci lavora.

Che non significa che il glifosato non sia cancerogeno. Semplicemente non lo è alle dosi a cui siamo sottoposti. Tra l’altro, vale lo stesso discorso per la marea di altre sostanze classificate come “potenzialmente cancerogene” dalla IARC, tra cui le patatine fritte, il caffè, la carne rossa e accendere un camino in casa. Significa che se vi bevete un caffè la mattina e accendete il cammino in inverno avete una maggiore probabilità di sviluppare il cancro? No, dipende dalla dose. Significa “Ehi, forse è meglio non mangiare patatine fritte tre volte al giorno”.

Queste distinzioni possono apparire banali, ma sono in realtà fondamentali per capire come la scienza valuta la pericolosità di una sostanza. Sono differenze che, se non ben spiegate, sono difficilmente apprezzabili da chi non mastica scienza tutti i giorni. Sicuramente queste persone non ne hanno colpa: ognuno è esperto nel proprio campo, e non è tenuto ad essere onnisciente. La responsabilità, in questo caso, è negli organi di informazione. Informare bene deve essere una priorità, soprattutto quando si parla di salute. Purtroppo al giorno d’oggi un like o una condivisione valgono spesso più di una corretta informazione. E così una sentenza che per la sua approssimazione scientifica dovrebbe far storcere qualche naso viene venduta come la rivalsa del popolo sulla multinazionale.

Una multinazionale dall’etica per lo meno discutibile, questo non lo si mette in dubbio ed è oggetto di valutazioni personali più che della scienza. Ma dovremmo imparare ad ascoltarla la scienza, anche quando ci viene più facile tapparci le orecchie per poter puntare il dito contro chi (giustamente) non raccoglie la nostra simpatia.

Riferimenti

  • European Food Safety Authority (EFSA). (2015). Conclusion on the peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate. EFSA Journal, 13(11), 4302.
  • Juncker, J. C. (2017). Open letter: Review of the Carcinogenicity of Glyphosate by EChA, EFSA and BfR.

Nota

Questo articolo, come commento ad una notizia, contiene molte opinioni personali e vuole essere soprattutto uno stimolo di riflessione. In quanto opinioni personali, molte di esse sono discutibili: commenti (costruttivi) in tal senso sono perciò ben accetti. La parte scientifica dell’articolo (riguardo le valutazioni della tossicità del glifosato) è invece piuttosto striminzita, perché è già stata trattata in dettaglio su BioPills. Per chi fosse interessato, i link agli articoli sono:

Altri articoli, piuttosto critici, riguardo altre questioni relative all’agricoltura:

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