Encefalopatia traumatica cronica: quando nello sport è questione di testa

Lo sport e l’attività fisica, si sa, hanno effetti benefici sulla salute. Sono continuamente promossi dai mezzi d’informazione come dal ministero della salute, il quale gli dedica una pagina web con tanto di “istruzioni per l’uso” annesse. Ci sono però, situazioni particolari, dove gli effetti benefici dello sport possono essere superati da quelli negativi derivanti dal praticarlo. E’ il caso della cosiddetta Encefalopatia traumatica cronica.

Cos’è l’encefalopatia traumatica cronica?

L’ Encefalopatia traumatica cronica, conosciuta anche come sindrome da demenza pugilistica, è una malattia neurodegenerativa presente in atleti, personale militare e altre persone che hanno subito, nel corso della vita, ripetuti traumi alla testa.

Questa patologia si sviluppa con il progressivo accumulo nel cervello di una proteina (Tau), che comporta la morte delle cellule cerebrali.

I sintomi generalmente compaiono anni dopo i primi traumi alla testa, influenzando il comportamento e l’umore del paziente. Iniziano con perdita di memoria, cambiamenti di umore, difficoltà nella concentrazione fino a svilupparsi in una progressiva demenza. Possono anche essere presenti depressione, aggressività e mancanza di autocontrollo.

Fino ad ora, la CTE è stata possibile diagnosticarla esclusivamente dopo il decesso, attraverso un’analisi istologica. Tuttavia, uno studio recente apre alla possibilità di diagnosi anche in soggetti vivi, attraverso una particolare PET (tecnica di diagnostica medica).

La scoperta e l’ostruzionismo della NFL

La CTE è stata descritta per la prima volta nel 1928, in un gruppo di pugili, come sindrome da demenza pugilistica. Bisogna però aspettare il 2005, anno in cui il neuropatologo Bennet Omalu la diagnostica e caratterizza in un ex giocatore della NFL (lega statunitense di football americano).

Secondo il dottor Omalu, le cause erano ascrivibili ai ripetuti colpi alla testa subiti nel corso della carriera, mettendo in relazione la pratica del football americano con l’insorgenza della Encefalopatia traumatica cronica. Nonostante ulteriori studi, su un numero sempre maggiore di cervelli, continuarono a confermare questa ipotesi, solamente nel 2016 l’NFL arriva a riconoscere il collegamento tra football americano ed Encefalopatia traumatica cronica.

Precedentemente erano stati anni di negazioni e ostruzionismo, a protezione del giro d’affari miliardario che vortica attorno a questo sport. Queste vicende vengono narrate nel documentario “League of Denial: The NFL’s Concussion Crisis“, che denuncia la mancata informazione sulle possibili conseguenze a lungo termine.

Lo studio sui giocatori di football americano

In uno studio pubblicato recentemente sulla rivista JAMA, sono stati presentati i risultati riguardanti i cervelli di 202 giocatori. La CTE è stata diagnosticata in 3 su 14 giocatori dell’high school, 48 su 53 giocatori di college e 110 su 111 ex giocatori NFL. Se ad un primo impatto questi risultati possono sembrare sorprendenti, bisogna essere cauti sul significato che ne deriva.

Lo studio evidenzia come lo sviluppo della CTE può essere correlato alla pratica del football americano. Tuttavia, manca il confronto con un gruppo di controllo che rappresenti tutti i giocatori di football americano, compresi coloro che non hanno sviluppato la patologia. Questa mancanza è dipendente dall’impossibilità, ad oggi, di diagnosticare la CTE se non in seguito a morte. Quindi, senza questi dati, non è ancora possibile avere una stima complessiva del rischio.

Considerazioni

La CTE, seppur studiata prevalentemente su giocatori di football americano, è stata osservata anche in pugili (50+ casi), militari (25+ casi), giocatori di hockey (20+ casi), e in un numero di casi inferiori anche in giocatori di calcio, wrestling, baseball, pallacanestro e in vittime di abusi domestici.

Nonostante queste evidenze scientifiche, è importante sottolineare che non tutti coloro che subiscono ripetuti colpi alla testa, sviluppano la CTE. L’insorgenza può essere dipendente da diversi fattori di rischio: la durata dell’esposizione, l’età della prima esposizione ed un eventuale predisposizione genetica.

Un’osservazione importante sulla CTE è il fatto che sia stata diagnosticata anche in persone che non hanno subito traumi cranici nella loro vita. Ciò indica che anche impatti subconcussivi (meno forti e senza sintomi) prolungati nel tempo, possono portare all’insorgenza della patologia.

Attualmente non ci sono cure disponibili. Sono necessarie ulteriori ricerche per una comprensione più approfondita, aprendo allo sviluppo di trattamenti e ad una prevenzione più efficace.

Bibliografia

  • Concussionfoundation.org
  • Clinicopathological evaluation of Chronic Traumatic Encephalopathy in players of American Football, JAMA, 2017 Jul 25
  • Postmortem Autopsy-confirmation of Antemortem [F18] FDDNP-PET Scans in a Football Player With Chronic Traumatic Encephalopathy, Neurosurgery, 2017 Nov 10
  • Documentario “League of Denial: The NFL’s Concussion Crisis”
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