Natura E Cultura. La Fine Di Una Dicotomia (III Parte)

Concludo con questo articolo la serie sulla dicotomia natura-cultura iniziata qui e proseguita qui. Di seguito verranno confrontate alcune teorie sull’evoluzione umana e sul ruolo della cultura in essa, per giungere, anche, a considerare quest’ultima non come prerogativa umana ma come possibilità insita nel mondo zoologico in generale.

La concezione stratigrafica della cultura

Per tutto il tempo in cui si è ritenuto l’uomo unico produttore di cultura, la strategia teorica principale è consistita nel proporre una concezione stratigrafica fra fattori biologici e socio-culturali. Secondo questa, per un certo lasso di tempo l’uomo si sarebbe evoluto tramite meccanismi di variazione genetica e selezione naturale; una volta che la sua condizione anatomica era arrivata grossomodo a quella che tuttora abbiamo, si sarebbe sovrapposto uno strato culturale a quello biologico. Senza questo strato culturale, cioè l’insieme di comportamenti non innati ma appresi e trasmissibili, l’uomo avrebbe incontrato maggiori difficoltà di adattamento all’ambiente. Dunque per abituarsi ai diversi climi del pianeta, per esempio, l’uomo non sarebbe andato incontro a mutazioni genetiche, ma avrebbe sviluppato diversi tipi di indumenti per proteggersi. Un aspetto importante della teoria stratigrafica è che l’innesto della cultura sarebbe avvenuto in maniera improvvisa e rapida. Tuttavia come sottolineava l’antropologo Clifford Geertz già nel 1973, il passaggio ad un modo di vita culturale ha richiesto alla specie Homo parecchi milioni di anni. Infatti forme di comportamento culturale erano presenti già fra gli australopitechi. Ciò significa, prosegue Geertz, che la cultura piuttosto che aggiungersi ad un animale già perfettamente compiuto, è stata un ingrediente fondamentale della sua produzione. E’ a questo punto che l’antropologo introduce un’altra teoria di successo per spiegare il motivo per cui gli esseri umani si sono affidati a forme di sviluppo culturale: la teoria dell’incompletezza dell’uomo, che, come nota Marchesini, ha una tradizione corposa: essa era già in parte presente negli scritti di Tommaso D’Aquino, ha avuto una prima formulazione coerente nel Settecento da Johann Gottfried Herder e poi nel Novecento nell’antropologia filosofica di Arnold Gehlen.

L’uomo come animale incompleto

Nei milioni di anni di “passaggio” da un modello di evoluzione naturale ad uno culturale, il progressivo affidamento a modelli culturali a condotto ad una maggiore complessità dell’organizzazione nervosa. Il fatto che il nostro cervello si sia sviluppato in forte interazione con la cultura avrebbe dunque portato ad una sua incapacità di organizzare il nostro comportamento e la nostra esperienza senza appoggiarsi a modelli culturali. L’uomo sarebbe quindi un animale, dal punto di vista biologico, carente e organicamente poco specializzato: per esempio non è dotato di organi specializzati nella difesa e nella predazione, e non possiede un istinto sicuro. Quindi è costretto a ricorre a forme di cultura particolari e locali per completarsi; tale ricorso avrebbe salvato quindi la specie da una fine sicura.  Per Remotti tuttavia l’incompletezza umana dovrebbe essere considerata non tanto causa quanto risultato dell’affidamento dell’uomo alla cultura. Inoltre la cultura dovrebbe essere considerata come una possibilità zoologica generale.

La cultura come possibilità zoologica generale

Sono numerosi gli esempi che permettono di riconoscere forme di cultura, nel senso di costumi socialmente appresi e trasmessi, in varie specie animali: i macachi  dell’isola di Koshima che inventarono e trasmetterono l’abitudine di pulire nel mare i chicchi di grano  per rimuovere la sabbia; le cinciallegre che apprendono e trasmettono l’uso di bucare le confezioni di latte lasciate sulla soglia delle case inglesi; le varie tradizioni locali di canto degli usignoli che devono essere apprese; i fringuelli delle Galapagos che utilizzano spine per catturare le larve negli alberi. Per quanto minime possano apparire le manifestazioni culturali delle altre specie rispetto a quelle della specie Homo, esse smentiscono la possibilità della cultura come unica prerogativa umana. Essa ha preceduto l’origine dell’umanità, anche se quest’ultima si configura senz’altro come specie più culturale, ed è dunque una condizione iniziale dell’evoluzione umana. L’affidamento progressivo a comportamenti culturali avrebbe poi, secondo Remotti, condotto l’uomo ad una perdita di caratteristiche e determinazioni innate. Il processo evolutivo umano infatti avrebbe favorito coloro che si adattano meglio ad ambienti culturali, dunque non rigidamente programmati e più aperti alla molteplicità delle soluzioni culturali.

La cultura non riempe vuoti ma crea possibilità

Roberto Marchesini, pur considerando la cultura una possibilità zoologica in generale, rifiuta invece l’idea dell’uomo come animale incompleto. Prima di tutto l’uomo non sarebbe biologicamente imperfetto. Esso, infatti, è dotato di un apparato sensoriale di buon livello (in particolare tatto, gusto e vista), può realizzare vari tipi di prestazioni fisiche a differenza di molti animali (nuotare, correre, arrampicarsi, strisciare, saltare), ha una coordinazione muscolare eccezionale e un potenziale cognitivo di partenza senza eguali. Dunque l’uomo sarebbe un’eccellenza biologica e sarebbe proprio il suo repertorio innato così complesso ad aver reso possibile la realizzazione della cultura. Come possiamo dunque intendere la cultura secondo Marchesini? Essa sarebbe un processo di coniugazione con il mondo esterno realizzato in vari modi: per esempio l’utilizzo di strumenti tecnici, la creazione e l’impiego di significati e simboli e altri tipi di manifestazioni culturali, permettono di spostare verso l’esterno ciò che prima veniva realizzato ad un livello di maggiore autonomia dell’organismo. Tale spostamento verso l’esterno aprirebbe ad un maggiore ventaglio di possibilità comportamentali. In questo senso l’affidamento massivo a modelli culturali di comportamento, dunque, non ha portato l’uomo a divergere da supposti modelli evolutivi naturali: viceversa una maggiore apertura comportamentale verso l’esterno ha determinato un maggiore indirizzamento ed avvicinamento all’alterità non-umana.

Bibliografia

    • Geertz, Clifford, 1988. Interpretazione di Culture. Bologna: il Mulino
    • Marchesini, Roberto, 2002. Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza. Torino: Bollati-Boringhieri
    • Remotti Francesco, 2011, Cultura. Dalla complessità all’impoverimento. Bari: Laterza.
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