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Natura e cultura. La fine di una dicotomia (I parte)

Natura e cultura. La fine di una dicotomia (I parte)

INTRODUZIONE – COSA SONO NATURA E CULTURA?

Quella di natura-cultura è una dicotomia, cioè una rigida separazione fra due ambiti, in base alla quale siamo molto abituati a ragionare, dal momento che appare ovvia: se per esempio montagne, boschi, mari e animali appartengono al reame della natura, i prodotti dell’uomo come l’arte, villaggi, città e automobili appartengono all’ambito della cultura e della società. Questa dicotomia serve quindi a distinguere l’uomo e i prodotti umani da ciò che non lo sono ed è fondata sull’idea che l’essere umano, ad un certo punto della sua evoluzione, abbia abbandonato il regno della natura per entrare nel dominio della cultura e della società. La natura sarebbe quindi caratterizzata da leggi di funzionamento rigorose, relazioni stabili e risposte adattive, da parte degli organismi che la popolano, innate e geneticamente determinate.

La sfera culturale e sociale sarebbe invece un mondo instabile e variabile dove le persone agiscono in base a comportamenti culturalmente e socialmente acquisiti e non innati; grazie ad essa l’uomo sarebbe riuscito a liberarsi da molti vincoli naturali fino ad acquisire una posizione di vantaggio sull’ambiente e le creature che lo popolano.

La credibilità di una dicotomia di questo tipo, pur essendo ancora salda nel senso comune, è oramai minata da tutta una serie di sviluppi che ci sono stati sia nelle scienze naturali (come la biologia, l’etologia e le neuroscienze), sia nelle scienze umane (soprattutto in antropologia). Va inoltre detto che la divisione fra Scienze della Natura e Scienze Umane/Sociali si fonda proprio su questa opposizione fra natura e cultura. La messa in crisi di questo modello ha quindi portato ad un notevole dialogo fra i due settori di studio riguardo ad una pluralità di argomenti.

Di seguito cercherò quindi di rendere conto di alcuni di questi sviluppi, organizzando la trattazione in tre articoli.

Nel continuare questo articolo, seguirò alcune argomentazioni antropologiche tese a mostrare come il binomio natura-cultura non è affatto evidente e universale, ma è un prodotto della cultura occidentale, che si è sviluppato a partire dal Rinascimento e per tutto il periodo moderno; in altre culture sono invece presenti concezioni della natura completamente diverse da quella cui siamo abituati. Nel secondo articolo verranno illustrate alcune posizioni teoriche che, comparando le relazioni fra animali e ambiente e fra uomini e ambiente, smontano l’opposizione fra comportamento animale innato (dunque determinato rigidamente dai geni) e comportamento umano (acquisito secondo dinamiche culturali). Nel terzo articolo invece considererò la prospettiva per la quale la cultura non è un prodotto dell’evoluzione umana, ma una possibilità a disposizione del mondo zoologico più in generale.

Un ultima nota: poiché l’opposizione fra natura e cultura è collegata a tutta una serie di binomi fondamentali (mente-mondo, uomo-animale, soggetto-oggetto) la trattazione, per motivi di spazio e di chiarezza, non potrà essere esaustiva. Tuttavia oltre alle fonti saranno anche indicati di volta in volta letture per chi avesse interesse ad approfondire il tema.

TRE MODI DI INTENDERE IL RAPPORTO NATURA E CULTURA

L’opposizione fra natura e cultura è priva di senso per un gran numero di popolazioni del mondo. Nella stessa Europa in età medievale non c’era nessuna distinzione fra mondo naturale e mondo socio-culturale: l’uomo medievale vedeva se stesso all’interno della natura, come parte integrante della terra, circondata a sua volta da sette sfere, in un universo, che era chiuso ed unito come quello aristotelico. Tale concezione entrò poi in crisi a partire dal Rinascimento con l’invenzione della prospettiva, la quale, separando soggetto e oggetto della visione, agevolò la riduzione della natura ad uno spazio tridimensionale quantificabile, aprendo la strada al divorzio dell’uomo dal mondo naturale, approfonditasi durante il periodo illuminista e il posivitismo.

Su questa separazione si sono definiti secondo l’antropologo Gisli Pàlsson due diversi tipi di modelli di relazione fra uomo e natura: lo sfruttamento orientalista e la protezione partenalista. Il primo tipo prevede una gestione della natura basata su l’esplorazione, la conquista, lo sfruttamento. Non c’è reciprocità fra l’uomo ed il proprio ambiente, ma il primo è il padrone del secondo ed il mondo è ridotto ad una tabula rasa che l’uomo ha il diritto di plasmare a proprio piacimento per la produzione economica, il consumo lo svago e così via (non è difficile vedere in questa caratterizzazione l’atteggiamento che ha portato il genere umano a produrre le numerose crisi ambientali contemporanee).

La prospettiva di protezione partenalista è invece basata su una relazione di protezione e non di sfruttamento: riconosce gli effetti ecologici dell’agire umano ed imposta la gestione della natura su di una reciprocità equilibrata, dove l’uomo vigila sull’ambiente e le altre specie animali, per conservarne delle parti al riparo dalla propria azione “distruttiva”, e sulle conseguenze del suo agire, per “ripararne” i danni (naturalmente siamo qui in presenza delle istanze del pensiero ambientalista).

Bisogna però notare che pur nelle loro differenze le due prospettive sono accomunate dalla radicale separazione fra natura e cultura/società e da una posizione di dominio della seconda sulla prima: in entrambi i casi cioè l’uomo è esterno al mondo naturale, che può essere distrutto o protetto, rimanendo tuttavia passivo di fronte alle decisioni umane.

Pàlsson introduce infine un terza paradigma che è quello del comunitarismo, radicalmente diverso dai primi due: qui natura e società non sono elementi separati, ma uniti in una profonda relazione dialogica e di reciprocità. L’azione umana non avviene in opposizione o a tutela della natura, ma all’interno di essa. I principi del comunitarismo sono spesso rappresentati, tra le altre, dalle società di caccia e raccolta, dove uomini ed animali sono considerati parte di una comunità che unisce tutti gli esseri viventi, fra i quali vi è una stretta cooperazione. Per molte popolazioni dell’Amazzonia, gli animali e le piante sono considerate alla stregua di persone con le quali si intrattengono vere e proprie relazioni sociali.

Per fare un altro esempio i Cree, nativi del Canada nordorientale, ritengono che nella caccia al caribou sia quest’ultimo a prendere la decisione di concedersi al cacciatore, decidendo di stoppare la fuga e divenendo così un facile obbiettivo su cui fare fuoco. Naturalmente queste possono apparire credenze irrazionali e fantasiose. Per l’azione di fermarsi del caribou esiste infatti una spiegazione etologica: essa è una risposta adattiva alla predazione da parte dei lupi e serve per raccogliere le energie prima di tentare la fuga definitiva con un’ultima corsa. Tuttavia, sostiene Tim Ingold, descrizioni ed opinioni di questo tipo devono essere situate in precisi contesti sociali e di pratica, come quello della società Cree in questo caso, e considerate una manifestazione di conoscenza intuitiva: servono cioè ad organizzare e comunicare delle conoscenze riguardo l’ambiente in forma di racconto.

Non sono quindi conoscenze formalizzate e trasmissibili in contesti esterni alla loro applicazione pratica (come i manuali o le istruzioni per montare un mobile per esempio), ma sono basate su sensazioni e consistono di abilità sviluppate in un preciso ambiente. Questo tipo di abilità e di comprensione intuitiva è al cuore dell’agire quotidiano di qualsiasi persona nel mondo alla base di qualsiasi scienza che ha come oggetto l’ambiente (per un’argomentazione articolata su quest’ultima proposizione rimando ai titoli presenti fra le fonti e le letture consigliate).

Tutto questo per dire che la prospettiva comunitarista non è da considerarsi come il prodotto di società e culture arretrate, irrazionali e fantasiose. Piuttosto la sua enfasi sulla reciprocità, la pratica e il dialogo fra uomo, ambiente e non umani, può aiutare a risolvere varie questioni ambientali ed ha suggerito numerose piste teoriche interessanti per quanto riguarda i processi di apprendimento e di azione pratica sia in antropologia che in etologia animale (come vedremo nel prossimo articolo).

Bibliografia

Bibliografia

  • Ingold, Tim, 2000. The Perception of the Environment. Essays on livelihood, dwelling and skill. London: Routledge.
  • Pàlsson Gisli, 1996, Human-environmental relations, In Descola P., Pàlsson G., a cura di, Nature and Society. Anthropological Perspectives. London: Routledge.
  • Remotti Francesco, 2011, Cultura. Dalla complessità all’impoverimento. Bari: Laterza.

Riguardo a Marco Volpini

Marco Volpini
Laureato alla triennale in Antropologia e alla Magistrale in Geografia, sono interessato a tutto ciò che riguarda il rapporto uomo ambiente. Più nello specifico mi appassionano temi di geografia urbana e ecologia culturale.

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