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Ratti in Italia: conversazione con Riccardo Castiglia

Intervista all’esperto sul devastante fenomeno dei ratti nel nostro paese

Riccardo Castiglia è un ricercatore dell’università “La Sapienza” di Roma impegnato in uno studio sulla resistenza di alcune specie di ratti ai veleni più comuni. Questi animali possono essere, in alcune zone, un grande problema di carattere ambientale, economico e sanitario. Tenerli sotto controllo è un’impresa più difficile di quanto si possa immaginare.

Quali tipi di ratti vanno monitorati in Italia?

I ratti che coinvolgono la mia ricerca sono quelli che creano problemi all’essere umano, cioè quelli cosiddetti sinantropici, che vivono a spese dell’uomo. In Italia sono tre specie: il topolino delle case, il ratto delle chiaviche e il ratto nero. Sono le tre specie che provocano più danni in assoluto.

Qual è il ratto più aggressivo?

L’impatto dipende da caso a caso, per esempio anche dalla densità delle popolazioni locali che si riscontrano in queste tre specie. Il topolino delle case è legato grosso modo solo alle abitazioni, mentre il ratto nero e il ratto delle chiaviche sono le specie più pericolose anche dal punto di vista sanitario.

Quali sono i problemi specifici legati a questi animali?

Soprattutto, appunto, problemi di tipo sanitario perché sono portatori di molte malattie batteriche e virali. Storicamente il ratto nero è quello che ha portato la peste in Europa, una malattia che è stata debellata anche se rimangono ancora molti problemi sanitari. Inoltre il ratto nero, il ratto norvegico (o ratto delle chiaviche) e il topolino delle case sono un problema per le piccole isole perché le colonizzano e ne distruggono l’ambiente quasi completamente. Sono dei veri e propri alieni in questi ambienti e provocano enormi problemi ai loro ecosistemi, che sono molto fragili.

In che modo si cerca di contenere le popolazioni di questi ratti?

Il metodo più diffuso, non solo in Italia ma nel mondo, è l‘utilizzo di sostanze anticoagulanti, dei veleni che possono essere acquistati da chiunque e sono anche usati dalle ditte specializzate nella derattizzazione. Agiscono bloccando la coagulazione del sangue, per cui l’individuo muore dopo un certo periodo di tempo a causa di emorragie interne.

Come si chiamano questi anticoagulanti?

Si chiamano rodenticidi.

Quindi siamo a cavallo. Possediamo l’arma segreta per sconfiggere i ratti.

In realtà non è tutto così perfetto. Ci sono dei casi di resistenza a questi anticoagulanti che si conoscono già da molto tempo in Europa. Alcune popolazioni di ratti ricevono l’anticoagulante ma, pur mangiandolo, non muoiono.

Qual è la natura di questa resistenza?

È di natura genetica, quindi viene tramandata alla progenie. Di conseguenza, in questi casi la somministrazione di rodenticidi non fa altro che aumentare la frequenza della resistenza visto che gli individui portatori tramandano i geni ai loro figli che a loro volta li tramandano ai loro figli e così via. In questi casi l’uso di anticoagulanti andrebbe del tutto evitata e sarebbe meglio usare dei rimedi alternativi.

Come agisce l’anticoagulante? E quali sono i dettagli genetici della resistenza?

L’anticoagulante agisce su degli enzimi che provocano la sintesi della vitamina K che a sua volta è un cofattore essenziale per garantire la coagulazione del sangue. Quindi, quando viene somministrato l’anticoagulante la vitamina K non viene più prodotta e gli animali muoiono per emorragia interna. La resistenza dei ratti è data da una mutazione genetica che interferisce con l’azione dell’anticoagulante per cui la vitamina K continua a essere prodotta come se niente fosse. Si tratta di una mutazione molto semplice: è sufficiente una singola sostituzione nucleotidica che modifica un aminoacido dell’enzima attaccato dal veleno.

Arriviamo così alla tua ricerca. Quanto è importante a livello italiano ed europeo?

È la prima volta che si cerca di fare uno studio sulla resistenza dei ratti in Italia. Mentre in Europa già si conosce la presenza e anche la frequenza delle mutazioni che rendono resistenti le varie specie di ratti, in Italia non ne sappiamo assolutamente nulla. Il primo passo da fare è quindi quello di verificare se esistono anche in Italia queste mutazioni, poi bisognerà conoscere la loro frequenza e le loro eventuali differenze con le mutazioni degli altri ratti europei. Nel caso trovassimo popolazioni resistenti sapremo che non bisognerà in nessun modo somministrare loro gli anticoagulanti e dovremo inventarci dei sistemi alternativi, che già esistono anche se sono più costosi e richiedono più tempo per la loro messa in atto.

Vogliamo dare qualche dato?

Il progetto si è avviato da poco. Per adesso abbiamo analizzato un certo numero di individui, soprattutto appartenenti al ratto delle chiaviche. Su una cinquantina di individui non abbiamo ancora riscontrato la mutazione. Ancora non possiamo dire nulla perché i numeri sono troppo bassi per poter affermare che manca il fenomeno della resistenza in Italia. Procediamo comunque nella ricerca in collaborazione con alcune ditte di derattizzazione proprio per cercare di aumentare il nostro campione e capire quali sono le reali incidenze del fenomeno in Italia.

La ricerca è appena cominciata ma possiamo già dire che questi animali non avranno vita facile?

Speriamo.




Riguardo a Flavio Alunni

Flavio Alunni
Divulgatore scientifico. Blogger (clicca sulla casetta). Laureato in scienze biologiche, sono da sempre affascinato dal bizzarro, da ciò che sorprende e meraviglia. Nella scienza trovo tutto questo e molto altro, ecco perché mi piace raccontarla. Alcuni miei articoli sono usciti anche su Galileo Giornale di Scienza e Wired Italia.

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