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Gli squali, meravigliosi quanto incompresi

Pochi animali, nella storia dell’umanità, hanno subito il “caloroso” trattamento riservato agli squali. Vuoi per l’ignoranza galoppante globalmente diffusa, riguardante tutto ciò che concerne la natura, vuoi perché innumerevoli film di dubbio gusto hanno gettato sempre più ombre su queste bistrattate creature. Inutile girarci intorno: nella stragrande maggioranza dei casi, la gente teme gli squali arrivando addirittura a detestarli. C’è chi ne parla come dei mostri sanguinari, esseri terrificanti che dedicano la loro vita al male e che provano un insano piacere nel dilaniare qualche innocente surfista. C’è addirittura chi vorrebbe vederli sparire

squalitutti. Perché, a detta di queste illuminate persone, il mare potrà così diventare un luogo sicuro dove farsi il bagno. Ebbene, quando al mio orecchio arrivano suddetti deliri, penso a quanto sia brutta l’ignoranza e i “mostri” che essa genera. Perché non si può pretendere di giudicare qualcosa che non si conosce. Ed è proprio questo il punto: chi parla male degli squali, di questi animali non sa e non capisce una beneamata fava. E si sa, la massa teme ciò che non capisce. Ancor di più, teme il diverso. Gli squali sono molto diversi da noi, e anche questo ha probabilmente influito sui sentimenti che buona parte dell’umanità nutre nei loro confronti. In quest’epoca di perbenismo esasperato e animalismo un po’ becero, hanno molta più presa sul pubblico gli occhioni di un cucciolo piuttosto che i poveri e bistrattati squali. Ebbene, non esistono animali di serie A e animali di serie B. Ergo, chi tanto si strugge per i maltrattamenti verso cani e gatti (lunga vita a loro) o si intenerisce alla vista di un coniglietto o di un puledrino, dovrebbe mostrare un minimo di coerenza e rispettare anche quegli animali spesso snobbati, dimenticati o non considerati dalla gente di “primaria importanza”. E adoperarsi, per quanto possibile, per la loro tutela. È quindi il caso di approfondire un poco la conoscenza di questi affascinanti predatori, per cercare perlomeno di scalfire quell’enorme muro di pregiudizi che li attanaglia e li sta condannando.

Gli squali, assieme alle razze, alle mante, alle cosiddette chimere e ad altre specie affini, sono vertebrati appartenenti alla classe dei condritti (Chondrichthyes). Questi animali sono comunemente conosciuti col nome di “pesci cartilaginei”, e assieme alle classi Actinopterygii e Sarcopterygii (che assieme formano il gruppo degli “osteitti”, più comunemente noti come “pesci ossei”) vanno a costituire quel gruppo di animali chiamati comunemente “pesci”. Il termine pesce, nella sistematica zoologica, non ha valenza scientifica poiché tutti gli animali chiamati con questo nome comune appartengono a più classi, ben distinte e che hanno caratteristiche anche molto diverse fra loro. Dopotutto basta guardare un tonno, una sardina, una trota o una sogliola, e poi guardare uno squalo. Parecchie differenze saltano subito all’occhio, e molte altre vanno ben al di là dello sguardo. Non voglio annoiarvi facendo un mero elenco di queste differenze, per cui andiamo subito al sodo. La caratteristica principale degli squali è quella di essere predatori formidabili, altamente evoluti ed efficienti. Il fatto che i primi squali, non così dissimili da quelli attuali, se ne andassero a zonzo già ai tempi dei dinosauri, non significa affatto che siano animali primitivi. Sono semplicemente un gruppo molto antico di animali, che sin dalla loro apparizione hanno potuto contare su caratteristiche così eccezionali al punto da non venire “modificati” più di tanto dalla selezione naturale. Detto in parole povere, gli squali “funzionano” bene.

Lo squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum) è uno degli squali bentonici più emblematici

Per capire quanto gli squali siano eccezionali, partiamo dalla forma del corpo. Negli squali pelagici (di mare aperto) è affusolata e idrodinamica, perfetta per muoversi ad alta velocità nell’acqua, pinne e coda fanno il resto e direzionano con precisione il nuoto. Ogni specie di squalo è meravigliosamente adattata all’habitat e alla profondità in cui vive e caccia, per cui la forma del corpo e delle pinne di uno squalo può dirci molto sul suo stile di vita. Esistono anche innumerevoli specie che nuotano poco e sono strettamente legate al fondale (specie bentoniche). Per renderci conto di come ha operato l’evoluzione, basta mettere a confronto una tipica specie bentonica come lo squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum) a un vero campione del nuoto veloce in mare aperto come il mako (Isurus sp.). Nonostante si tratti di animali a sangue freddo, alcune specie sono in grado di riscaldare temporaneamente alcuni fasci muscolari grazie a una particolare conformazione dell’apparato circolatorio detta “rete mirabile”. Muscoli più caldi significa squali più scattanti ed efficienti, in grado di ottimizzare le performance di caccia. Un chiaro esempio di questa strategia ce lo forniscono ancora gli squali mako, o il celebre squalo bianco (Carcharodon carcharias). Molti squali pelagici hanno portato così all’estremo il concetto di movimento che per vivere sono letteralmente costretti a nuotare, poiché per respirare devono ingoiare continuamente acqua e filtrarla con le branchie, che nei condritti sono da cinque a sette paia e non protette dall’opercolo (membrana ossea presente invece nei pesci ossei). La pelle degli squali è l’ennesimo esempio di evoluzione portata ai massimi livelli, e nonostante all’apparenza possa sembra liscia, è ricoperta di minuscoli dentelli dermici appuntiti (detti “scaglie placoidi”) che la rendono estremamente ruvida. Questi dentelli hanno la funzione di ridurre l’attrito dell’acqua lungo il corpo dello squalo, e si tratta quindi di un’altra caratteristica che rende questi animali ancora più veloci nel loro mezzo. Queste scaglie placoidi, in prossimità della bocca, sono modificate e ingrossate a formare i denti. I denti degli squali, di conseguenza, non sono affatto simili ai nostri e non hanno una radice impiantata nella mascella e nella mandibola. Hanno origine dermica, e a seconda delle abitudini e della dieta dello squalo presentano forme sempre diverse e sorprendenti. Insomma, della serie “dimmi che denti hai e ti dirò chi sei”. Carcharodon carcharias-6Lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), predatore di grandi animali, possiede denti triangolari e seghettati, perfetti per tagliare grossi pezzi di carne. Lo squalo toro (Carcharias taurus) sfoggia dei bei denti appuntiti e ricurvi, perfetti per trattenere prede sfuggenti come pesci pelagici e cefalopodi. Squali di fondale, invece, presentano spesso denti appiattiti, dalla forma di piccole piastre, adatti a triturare le conchiglie dei molluschi o la dura cuticola dei crostacei. Visto che si tratta di strumenti così importanti, per lo squalo è fondamentale possedere sempre una dentatura al massimo della forma. Un’efficienza ridotta delle sue armi significherebbe minor successo nella caccia e maggiori difficoltà nella sopravvivenza. E visto che in fondo al mare non esistono dentisti per squali, Madre Natura ha fornito questi predatori di adattamenti strabilianti: i loro denti vengono continuamente sostituiti nell’arco di tutta la loro vita. Essi sono presenti in più file, e non appena uno si consuma o si stacca (cosa che accade piuttosto frequentemente, vista l’energia con cui questi animali cacciano e si nutrono) quello successivo è pronto a prendere il suo posto. Sarete sorpresi nel sapere che le caratteristiche sorprendenti degli squali non finiscono qui. Sono dotati di un’ottima vista, e di un olfatto davvero fuori dal comune. È risaputo che uno squalo è in grado di fiutare una scia di sangue anche minima, in mare aperto, fino a risalire a un’eventuale preda in difficoltà, magari ferita. Molti però non sanno che questi animali sono in grado di captare anche il campo elettrico delle prede. Proprio così: ogni essere vivente, mentre vive e si muove, emette debolissime scariche elettriche. Ebbene, agli squali non si può nascondere proprio nulla. Grazie a piccole sacche sferiche poste sul muso, dette “ampolle di Lorenzini” e ripiene di un liquido gelatinoso, gli squali possono “vedere” una preda anche in acque buie, torbide o fangose. Non è difficile vedere queste ampolle anche a occhio nudo, poiché hanno l’aspetto di piccoli pori scuri particolarmente abbondanti in certe specie. Alcuni squali hanno addirittura evoluto musi eccezionalmente larghi per ottimizzare la superficie sensoriale e raggiungere un’ulteriore livello di perfezione: tutti conoscono gli squali martello (famiglia Sphyrnidae), ma pochi sanno perché la loro testa ha quella forma così particolare.

Rhincodon typusUltime, ma non per importanza, le strategie riproduttive. E in questo campo, gli squali celano ancora molti segreti. La quasi totalità dei pesci ossei presenta fecondazione esterna e oviparità: ciò significa che ovuli e spermatozoi vengono rilasciati contemporaneamente nell’acqua, dove avviene poi la fecondazione, e i piccoli nascono dalle uova così formate. Negli squali (e anche nelle loro lontane cugine razze) la faccenda è molto diversa. La fecondazione è sempre interna, e avviene quindi un vero e proprio accoppiamento. Tutto ciò è reso possibile dagli pterigopodi, un paio di organi cilindrici che si originano dalle pinne pelviche. Uno dei due viene usato come un pene. Molte specie di squali bentonici (di fondale) depongono uova (o sarebbe meglio dire “capsule ovigere”) dalle forme bizzarre, ancorandole al substrato del fondo e lasciandole al loro destino. Gli squali pelagici (di mare aperto), invece, partoriscono piccoli vivi. Le mamme squalo, però, non presentano placenta né cordone ombelicale: i piccoli, semplicemente, vengono concepiti provvisti di un vitello (tuorlo) che li nutre e completano lo sviluppo “radunati” nel grembo materno senza venire nutriti direttamente dalla madre. Questa modalità riproduttiva, una volta, veniva chiamata ovoviviparità. Al giorno d’oggi, però, questa parola viene considerata dagli scienziati troppo vaga (esistono effettivamente moltissime tipologie e gradi di ovoviviparità) e si preferisce chiamarla “viviparità aplacentata”. Il ritmo riproduttivo degli squali è molto lento, poiché si tratta spesso di animali assai longevi e che raggiungono tardi la maturità sessuale. Molte specie di squali vivono svariati decenni, e cominciano a riprodursi dai 15/20 anni di età. Inoltre, i piccoli dati alla luce non sono parecchie migliaia come accade spesso per i pesci ossei, bensì poche decine o addirittura poche unità. E fra i nuovi nati, pochi raggiungono l’età adulta e potranno riprodursi a loro volta.

La verdesca (Prionace glauca) è uno degli squali nostrani più comuni. Si tratta di un predatore pelagico

Questo viaggio alla scoperta della biologia degli squali, doveroso per capire quanto siano meravigliose queste creature, ci porta infine all’argomento che ho volutamente lasciato per ultimo (ma che non lo è affatto per importanza): cosa mangiano gli squali? A seconda dello stile di vita, dell’età e della zona, questi predatori possono nutrirsi di una gran varietà di animali. Le specie bentoniche puntano su molluschi, crostacei e altri invertebrati, mentre le specie pelagiche predano grandi pesci, cefalopodi, tartarughe e mammiferi marini come foche, otarie e piccoli cetacei. Contrariamente a quanto si pensa, nella stragrande maggioranza dei casi gli squali non sono nemmeno animali così voraci. Molte specie, visto il loro basso metabolismo, affrontano lunghi periodi di digiuno senza fare una piega. Eppure, nel ventunesimo secolo, c’è ancora chi è convinto che questi animali passino le loro giornate a divorare tutto ciò che si muove, uomo compreso. Inevitabile a questo punto affrontare la questione più spinosa, quella che più di tutte le altre mi premeva approfondire: il rapporto uomo-squalo. Che è piuttosto problematico, ahimè, e che comporta sempre conseguenze drammatiche per una delle due specie coinvolte. E non mi riferisco all’uomo. Il primo, fondamentale concetto che molte persone non riescono a farsi entrare nella zucca è il seguente: gli squali non predano l’uomo di proposito, non l’hanno mai fatto e mai lo faranno. La specie Homo (non) sapiens non rientra assolutamente nel novero delle prede gettonate dagli squali. La ragione è lampante, noi siamo una specie terrestre e non condividiamo l’habitat con questi predatori. Per di più siamo comparsi sulla Terra solo in tempi relativamente recenti, mentre questi predatori popolano gli oceani da svariate decine di milioni di anni. In parole povere, gli squali non hanno mai avuto (e mai avranno) tempo e modo di evolversi per arrivare a considerare l’uomo una preda. Eppure, la maggior parte delle persone continua ad avere un terrore atavico verso questi animali, a considerarli dei mostri dotati di intelligenza diabolica e smaniosi di addentare la coscia di qualche paffuto bagnante. Forse perché lo squalo si muove a meraviglia attraverso un mezzo in cui noi non ci troviamo a nostro agio, in cui non riusciremmo a fuggire o a difenderci. Forse perché se uno squalo si avvicinasse non lo vedremmo arrivare. O magari perché, come dicevo all’inizio, sono molto diversi da noi. Fatto sta che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, e negli anni la figura dello squalo è stata demonizzata da chi ne parla senza conoscerli. Il tutto è stato inasprito da celebri film dove questi animali rappresentano il male, e il risultato è stato pessimo. Dopotutto, l’ignoranza crea terreno fertile per la paura. Eppure, pensiamoci un attimo. Questi animali si trovano in tutti i mari (anche nel Mediterraneo), probabilmente essi vengono a trovarsi a stretto contatto con l’uomo in innumerevoli occasioni. Magari in estate finiscono spesso per nuotare a pochi metri dai bagnanti, non notati. Eppure, in un anno, in tutto il mondo vengono registrate poche decine di attacchi di squali verso l’uomo, di cui solo una piccola parte è mortale. Se gli squali fossero in qualche modo attratti dall’uomo e ci considerassero una loro preda naturale, gli attacchi sarebbero parecchie migliaia. Quindi, questi “mostri” tendono perlopiù a ignorarci. E se ogni tanto capita un attacco, si tratta di episodi sempre giustificabili. A volte gli squali possono scambiare la sagoma di un surfista in posizione di riposo per quella di una foca o di una tartaruga. Altre volte, possono attaccare per difesa. Dopotutto si tratta di animali territoriali che possono sentirsi minacciati da creature che non conoscono. Altri attacchi sono attribuibili a quell’imprevedibilità tipica di tutti gli animali e che è assolutamente normale. Galeocerdo cuvier-3Molta ignoranza regna anche sulle specie potenzialmente pericolose per l’uomo, con lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) saldamente in testa nella classifica dei più temuti e odiati dalla gente. Lo squalo bianco è sicuramente uno dei più famosi, ma molti non sanno che probabilmente la specie che attacca più di frequente l’essere umano è lo squalo estuarino (Carcharhinus leucas), se non altro perché in grado di addentrarsi nei fiumi. Senza dimenticare lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier), il longimano (Carcharhinus longimanus) e la comune verdesca (Prionace glauca). In ogni caso, comunque, non parliamo di “cattiveria” bensì di “pericolosità”. E sono due concetti profondamente diversi, poiché chi agisce per cattiveria è ben consapevole del male che sta facendo. E non è proprio questo il caso degli squali. Fra l’altro, solo una piccola parte delle specie conosciute supera il metro e mezzo di lunghezza. Il che significa che la stragrande maggioranza degli squali sono piccoli e inoffensivi. Tuttavia, anche se a volte questi incidenti capitano, il nodo cruciale della questione è uno solo: vivere sulla Terra significa condividerla con le altre creature, e ciò significa accettare e mettere in preventivo dei rischi. Anche se molti tendono a dimenticarlo, preferiscono non pensarci o fanno finta di nulla, noi siamo parte della natura. E in natura esistono i predatori e le prede. Ci siamo creati un mondo fittizio, lontano dall’essenza della natura, dove abbiamo minimizzato questi rischi. Ogni tanto, però, qualche grande predatore ci ricorda che anche noi, come ogni altra creatura, siamo vulnerabili e facciamo parte del cerchio. Accettarlo sarebbe sintomo di grande intelligenza e consapevolezza. Ostinarsi invece a eliminare ogni rischio, anche minimo, svuotando foreste e oceani di ogni specie che potrebbe rappresentare una minaccia anche minima (sia alla nostra incolumità che al nostro portafogli), sterminando ogni animale che osi sfiorarci contro il nostro volere…beh, quello invece è sintomo di prepotenza, arroganza ed egoismo. Significa pretendere di essere i padroni del mondo, trasformando foreste e oceani in giardini e piscine dove passeggiare o rilassarsi, luoghi sicuri dove solo poche specie elette, quelle riconosciute dalla massa come “buone, brave e innocue”, hanno il permesso di vagare. Ma non può funzionare così, non deve. Nel caso degli squali, gli oceani sono la loro casa e appartengono più a loro che a noi. Ed è assurdo che le persone continuino a pensare cose terribili sugli squali nonostante tutto ciò che facciamo loro. Perché se ogni anno avvengono poche decine di attacchi di squali verso l’uomo, ogni anno sono decine di milioni gli squali letteralmente trucidati dall’essere umano. Non centinaia, non migliaia, ma decine di milioni.

Lo spinarolo (Squalus acanthias) è una delle specie che arrivano più di frequente sulle nostre tavole: chi mangia chi?

Questo orrendo capitolo del rapporto uomo-squalo si consuma in silenzio, senza che quasi nessuno ne sia a conoscenza. Sono parecchie le specie di squali che vengono regolarmente mutilati vivi per alimentare lo squallido commercio delle pinne, utilizzate nei ristoranti orientali per le zuppe. Un vezzo, un’abitudine non necessaria, che comporta una vera e propria strage. Gli squali vengono issati a bordo, e le loro pinne vengono tagliate senza nemmeno aspettare che siano morti. Inutile sperare che non provino dolore: è una giustificazione ridicola ancora usata da qualcuno che preferisce girarsi dall’altra parte dinanzi a questo scempio. Il dolore, queste creature, lo provano eccome. E una volta privati delle pinne vengono gettati in mare ancora vivi come spazzatura, dove sono destinati a una morte lenta e dolorosa per dissanguamento e asfissia. Molti altri squali finiscono sui banconi della nostra pescheria, spesso con nomi insospettabili (nocciola, vitello di mare), e finiamo per comprarli senza nemmeno sapere cosa ci mettiamo nel piatto. A volte vengono spacciati per pesce spada, e anche quando vengono chiamati col loro nome sono pochi quelli che sanno di cosa si tratta. Quali specie finiscono più spesso nei nostri piatti? La verdesca (Prionace glauca), lo smeriglio (Lamna nasus), lo spinarolo (Squalus acanthias), il palombo (Mustelus mustelus). Mangiare questi animali, fra l’altro, comporta spesso dei rischi: in quanto predatori longevi, accumulano nel loro corpo sostanze tossiche per anni, vivendo in un mare inquinato dall’uomo e predando animali a loro volta contaminati da veleni umani. Altri squali vengono catturati per la cosiddetta “pesca sportiva”, praticamente per divertimento, altri ancora (e sono tanti) finiscono accidentalmente nelle reti da pesca. C’è addirittura chi li uccide semplicemente per odio, o perché li considera dei competitori per la pesca. Come se fosse colpa loro il dover cacciare e mangiare. Senza contare quelli che muoiono per i motivi più svariati (tutti ovviamente legati all’uomo), come l’inquinamento del mare, le modifiche ambientali, il surriscaldamento globale. In molte zone del mondo, la popolazione di certe specie di squali si è ridotta di oltre il 95%. Considerando questa vera e propria persecuzione, scellerata e ingiustificabile, è quantomeno assurdo che sia l’uomo a considerare gli squali dei mostri. Se non fosse vero, sembrerebbe una barzelletta. Questo perché l’opinione comune, che dipinge questi animali in modo così negativo, è difficilissima da modificare. E i media si guardano bene dal far emergere la verità, dal far sapere alle persone di cosa sono vittime gli squali. Principalmente perché dietro questo massacro c’è un business. Secondariamente, perché è molto più facile fare presa sul pubblico quando si parla di cagnolini, gattini e coniglietti. A quasi nessuno, purtroppo, sembra importare qualcosa dei poveri squali. Ed è un grosso, grossissimo errore. Perché gli squali hanno un’importanza vitale per tutti i mari. In quanto predatori, tengono sotto controllo le popolazioni di molte specie di prede e operano anche la selezione naturale, che è alla base dell’evoluzione di ogni specie vivente. Un oceano senza questi grandi predatori significherebbe una proliferazione incontrollata delle specie-preda, che a loro volta eserciterebbero una pressione troppo forte su altre specie. In definitiva, le risorse non basterebbero più per tutti e si creerebbero drammatici scompensi ambientali. Alcune specie si moltiplicherebbero senza freni, altre scomparirebbero. L’equilibrio degli ecosistemi marini andrebbe a rotoli. E a pagare uno scotto enorme saremmo anche noi, che siamo spesso convinti che queste cose non ci riguardino ma che abbiamo bisogno di mantenere sana la natura per poter vivere bene.

Non ci rimane molto tempo per rimediare a questi misfatti. Gli oceani sono malati, possiamo accorgercene facilmente. I segnali sono evidenti. E uno dei motivi è la continua strage di squali. Come ho già detto, si tratta di animali dal ciclo riproduttivo molto lento, che vivono a lungo e impiegano molti anni per raggiungere la maturità sessuale. Molti di loro, inoltre, non si riproducono nemmeno tutti gli anni. I piccoli partoriti sono spesso pochi. Ciò significa che questi animali, per ripopolare decentemente i mari, hanno bisogno di una protezione attenta e totale. Basta coi pregiudizi, basta con le frasi fatte e con l’ignoranza. Basta sparare a zero su creature che quasi nessuno conosce come si deve ma su cui quasi tutti si divertono a spalare fango. È ora di rimboccarci tutti le maniche per proteggere un’enorme e meravigliosa risorsa naturale. Creature incredibili, affascinanti, efficienti, bellissime. Questo sono gli squali. Il mare ha bisogno di loro, e noi abbiamo bisogno del mare. Di conseguenza, noi abbiamo bisogno di loro.

Chi è il mostro? L’uomo o gli squali?

Leggi: http://www.biopills.net/articoli/animali/uomo-squalo-mostro/

Riguardo a Davide Rufino

Davide Rufino
Grande appassionato di animali, zoologia e natura fin dall'infanzia, mi sono laureato in Scienze Naturali (ramo "zoologico") specializzandomi nello studio della fauna selvatica con continui approfondimenti, ricerche e studi personali che porto avanti anche adesso senza sosta. Non mancano anche tante uscite sul campo per "vivere" la natura, che mi sorprende, mi affascina, mi meraviglia e mi commuove continuamente. La mia missione è cercare -nel mio piccolo- di aiutare gli altri ad aprire gli occhi e a "vedere" almeno una parte di ciò che "vedo" io. Per raggiungere questo scopo gestisco un canale Youtube dedicato alla zoologia e alla natura, e scrivo articoli scientifici e divulgativi.

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