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Nothocasis rosariae
Nothocasis rosariae

Nothocasis rosariae, una nuova specie di farfalla

Il mondo della ricerca ci ha abituati, di recente, a notizie spesso sconfortanti ed allarmanti. Cambiamenti climatici dalle conseguenze disastrose, prodotti chimici dannosi sulla nostra tavola…..e specie che si estinguono. Fortunatamente la stessa ricerca lavora per il fine della conoscenza e pertanto le notizie che ne derivano sono anche buone e confortanti. Ci sembra quindi doveroso dare ampio risalto alla scoperta di una nuova specie di farfalla notturna, Nothocasis rosariae  Scalercio, Infusino & Hausmann sp. n.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Zootaxa, è avvenuta nell’ambito di un progetto di “Monitoraggio dei Lepidotteri Notturni attraverso l’utilizzo di trappole luminose tipo Rothamsted“, che ha il Parco Nazionale della Sila come principale finanziatore. L’ambito operativo della scoperta ha coinciso con l’ambito territoriale, infatti il locus typicus è l’Arboreto Sbanditi, che si trova proprio all’interno del Parco Nazionale della Sila, entrato di recente a far parte dei luoghi “Riserva della Biodiversità” dell’Unesco. La rilevanza della scoperta sta nel fatto che non si tratta di una sottospecie già conosciuta ed elevata al rango di specie a sé stante, ma di una vera e propria specie nuova, precedentemente ignota alla scienza.

Nothocasis rosariae e Nothocasis sertata

Nothocasis rosariae
Nothocasis rosariae
Nothocasis rosariae
Nothocasis sertata 

La Nothocasis rosariae, il cui nome della specie è stato dedicato dal primo degli autori alla madre è una farfalla notturna piuttosto piccola, l’apertura alare misura circa 3 centimetri , è di colore grigio chiaro sia sulle ali che sul torace e sull’addome e vola in zone montuose e boscose da fine agosto a metà Novembre. Nulla di simile alle coloratissime e grandi farfalle diurne tropicali, eppure per quanto sobria, ha la sua notevole importanza in campo biogeografico, in quanto rimette in gioco le segnalazioni relative a popolazioni isolate provenienti dall’Europa meridionale ed attribuite alla specie Nothocasis sertata, sua “parente” più prossima in linea genetica.

Il genere Nothocasis è diffuso con 12 specie dal nord dell’Indocina fino a tutta la regione paleartica, ecozona che indica tutta l’Europa e parte dell’Africa settentrionale  e dell’Asia fino al Tropico del Capricorno. Tuttavia, in Europa il genere era finora ritenuto presente con una sola specie , N. sertata, la quale prediligendo le aree alpine italiane e l’Europa centrale, compare con popolazioni isolate nelle aree montuose dell’Europa meridionale.  Grazie ad analisi genetiche effettuate su queste ultime, in un più ampio progetto di mappatura genetica tramite analisi del DNA mitocondriale, si è notata una divergenza negli aplotipi dell’Europa centrale piuttosto marcata (2,4%) rispetto ad un esemplare rinvenuto in Grecia. Questa stranezza ha stimolato gli autori della scoperta ad analizzare meglio il contingente rinvenuto in Sila e quella che inizialmente era apparsa come una popolazione isolata di N. sertata , ha invece rivelato tutti i caratteri morfologici e genetici che ne fanno una specie nuova per la scienza.

La determinazione di Nothocasis rosariae come una nuova specie è risultata dalla integrazione della metodologia tassonomica classica, basata sull’esame delle differenze morfologiche esteriori e di quelle relative all’apparato riproduttivo, con la nuova metodologia biomolecolare. Entrambe, spesso, da sole non sono sufficienti a dare un’oggettiva sicurezza di trovarsi di fronte ad una nuova specie.

Inoltre, le analisi genetiche di Nothocasis rosariae hanno restituito anche una sorta di insight nel processo di  speciazione.

Sono state individuate tre linee genetiche principali, la cui percentuale di distanza reciproca è irrilevante per dire che si tratta di una nuova specie, ma non essendo pari a zero ci dice che una variabilità intrapopolazione esiste ed è legata all’area di distribuzione. Un primo contingente Greco è abbastanza separato dai due contingenti calabresi, quello del massiccio del Pollino, dove si osserva una maggior eterogeneità intrapopolazione e quello della Sila, invece molto omogeneo. Questo dato si può interpretare con una iniziale differenziazione della popolazione del Pollino, che ha probabilmente avuto una condizione di isolamento più antica e nel frattempo ha potuto sviluppare mutazioni a livello di DNA mitocondriale. La , e successiva colonizzazione della Sila, più recente, risente ancora dell’effetto fondatore sommato all’effetto collo di bottiglia, per cui si osserva una assoluta omogeneità aplotipica.

La comparsa di una nuova specie a fronte di diverse che nel contempo si estinguono, non è compensativo, dato che affinché una nuova specie si differenzi come tale sono necessari tempi geologici, mentre per l’estinzione i tempi possono essere anche di poche decine di anni. Tuttavia il dato rilevante non è quante nuove specie riusciamo a scoprire, bensì il fatto che l’evoluzione è sempre in atto, sotto i nostri occhi e questo deve essere di incoraggiamento a cambiare direzione verso un modello di società sostenibile.

 

Per approfondire: analisi genetiche

Le analisi genetiche cui si riferisce lo studio di cui abbiamo narrato, sono analisi effettuate sul DNA mitocondriale che si trova negli organuli cellulari chiamati mitocondri. Questi sono esterni al nucleo della cellula, dove invece si trovano i cromosomi; non si è analizzato dunque il DNA cromosomiale. Questa tecnica è largamente utilizzata in campo zoologico. Il DNA mitocondriale, o mtDNA, viene trasmesso alla generazione successiva solo tramite linea materna. I figli maschi lo condividono con la loro madre ma non potranno trasmetterlo alla propria prole. Le figlie femmine, le loro sorelle e tutte le loro figlie avranno lo stesso DNA mitocondriale tra loro e rispetto alla loro madre e ne trasmetteranno copie identiche alle generazioni successive, a loro volta propagatrici secondo la relativa parentela matrilineare.

Le popolazioni che condividono le informazioni contenute nel mtDNA hanno lo stesso aplotipo e quindi sono certamente imparentate.

E’ così possibile raggruppare tutti gli aplotipi uguali o simili (entro una determinata percentuale di somiglianza) in aplogruppi. Attraverso gli aplotipi comuni e quelli differenti, e gli aplogruppi che ne derivano, si disegna un albero di affinità genetica (dendrogramma). Misurando in questo modo la distanza genetica tra due aplogruppi, si può stabilire se ci si trova di fronte a popolazioni appartenenti alla stessa specie oppure a due specie distinte.

 

Riferimenti: Zootaxa 4161(2): 177-192

 

Riguardo a Manuela Russo

Manuela Russo

Naturalista per formazione e per passione, credo nella necessità di comunicare la cultura scientifica, come strumento di esame della realtà e di progresso.

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