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Il ritorno del lupo in Italia

Foto di Giuseppe Passacantando

Oggi discuteremo di un argomento molto controverso: il ritorno del lupo in Italia.

Dico “controverso” perché più che argomento prettamente naturalistico-scientifico è diventato un argomento politico… e come ogni argomento politico viene spesso esagerato, creando a volte allarmismi e a volte bufale.

Ma vi posso assicurare che il ritorno del lupo in Italia è un argomento scientifico, e dato che “la scienza non è democratica”, per citare il buon Roberto Burioni, tutta questa faccenda lascia poco spazio a libere interpretazioni personali o da parte di programmi TV e giornali.

Biologia del lupo

Foto di Michele Bavassano

Ma cosa dobbiamo sapere delle abitudini del lupo e del suo comportamento?

I lupi sono organizzati in branchi territoriali. Il branco è una struttura sociale che occupa un determinato territorio in maniera stabile, dove la caccia, l’allevamento della prole e il controllo del territorio sono svolti in cooperazione.

In Italia, sulle Alpi e Appennini, la dimensione media di un branco è di 4-6 individui, che occupano un territorio in media di 250 Km quadrati che viene difeso dall’arrivo di altri lupi.

Il branco è un’unità familiare, al cui vertice si trovano i genitori, il maschio e la femmina denominati alfa. La coppia è monogama e la femmina alfa è l’unica del branco a riprodursi.

L’accoppiamento avviene una sola volta all’anno, tra febbraio e marzo. La gestazione dura poco più di 60 giorni e la cucciolata è composta in media da 4-5 animali. La mortalità dei giovani è molto elevata: si stima un tasso di mortalità del 75% entro il primo anno di vita, vale a dire che, mediamente, solo 1 cucciolo su 4 riesce a diventare adulto.

Al sopraggiungere dell’età adulta (tra il primo e il secondo anno di vita) i lupi possono adottare due strategie alternative:

1) andare in dispersione e tentare di formare un nuovo branco;

2) restare nel branco d’origine e tentare di acquisire la posizione dominante.

I lupi in dispersione sono sempre solitari e vanno alla ricerca di un territorio libero da occupare e di un individuo di sesso opposto con cui fondare un nuovo branco. Anche la mortalità in dispersione è molto elevata e generalmente è dovuta a cause antropiche (bracconaggio, incidenti stradali, ecc.), sebbene possa avvenire anche per aggressione da parte di altri lupi nel caso di “sconfinamento” in territori già occupati.

La capacità di dispersione dei giovani è notevole e rappresenta la via primaria per la colonizzazione di nuove aree disponibili, anche a diverse centinaia di chilometri di distanza dal branco d’origine. È così che, a partire dalla popolazione appenninica, è avvenuta la naturale espansione del lupo, che ha raggiunto le Alpi a partire dagli anni ’90.

Dunque una volta che un branco si stabilizza in un’area, il numero di lupi in quell’area non cresce esponenzialmente, in quanto è regolato dalla biologia intrinseca alla specie. La popolazione di lupo può crescere nel tempo per l’insediamento di nuovi branchi in nuovi territori non ancora occupati, ma il numero di lupi a livello locale rimane quello degli animali presenti nel branco stabile, variabile di anno in anno attorno a un valore medio.

Il lupo e gli ungulati 

L’espansione territoriale del lupo è un fenomeno completamente naturale: né sulle Alpi, né in alcun’altra area d’Europa, sono mai stati attuati programmi o interventi di reintroduzione o traslocazione di lupi.

La riconquista da parte del lupo, da circa quarant’anni a questa parte, di gran parte delle aree montane e collinari italiane sono dovuti a numerosi fattori, ma determinante è stata la disponibilità di habitat e prede naturali.

Le mutate condizioni economiche nel dopoguerra hanno determinato una diminuzione dello sfruttamento agricolo e zootecnico del territorio montano e contribuito a rendere meno capillare la presenza umana in tali aree, che, per così dire, sono tornate “più selvatiche”.

Foto di Vincenzo Iacovoni

A partire dagli anni Settanta, si aggiunge un secondo fattore: l’istituzione di numerose aree protette, che favoriscono il mantenimento di popolazioni stabili e numerose di ungulati (cinghiali, cervi, caprioli, camosci) selvatici. A partire dagli anni Sessanta infatti gli ungulati selvatici, le cui popolazioni erano ridotte a consistenze estremamente basse o erano del tutto scomparse, sono progressivamente aumentati, sia in modo naturale (per i motivi detti prima), sia con reintroduzioni, anche per scopo venatorio, ossia per poter essere cacciati. Questi animali rappresentano la più importante (se non unica) fonte alimentare per il lupo: per questo motivo, l’aumento di queste prede ha favorito l’aumento dei predatori.

Un lupo, un branco

Come abbiamo detto prima, il lupo vivendo in branchi, caccia avvalendosi del branco stesso. E non c’è problema per un branco a cacciare ungulati selvatici: il lupo, diciamocelo, ha paura dell’uomo, e preferisce starci più lontano possibile. Può capitare però che gli individui singoli o in dispersione preferiscano invece cacciare prede più “facili”: il bestiame domestico. Anche in presenza di densità abbondanti di ungulati selvatici, comunque, se nell’area sono presenti capi di bestiame domestico non protetti e vulnerabili, il lupo si rivolgerà prevalentemente su questi ultimi in quanto prede più facili, minimizzando lo sforzo di caccia e i rischi per procacciarsi cibo. Viceversa, anche in presenza di numeri importanti di bestiame domestico, se questo è protetto con efficaci sistemi di difesa (ad esempio recinzioni elettrificate, cani da pastore) in grado di rendere faticoso e rischioso l’attacco da parte del lupo, quest’ultimo si rivolgerà preferibilmente su prede selvatiche.

Per questo motivo gli abbattimenti a causa del bracconaggio sono molto dannosi: studi scientifici hanno dimostrato che così facendo il branco si riduce, si sgretola e gli esemplari rimasti trovano più semplice attaccare il bestiame, piuttosto che cacciare da soli gli ungulati selvatici.

Foto di Marcello Fava

L’importanza del lupo 

La presenza del lupo è importantissima perché cacciando gli ungulati permette l’evoluzione delle popolazioni di questi ultimi. In condizioni naturali le popolazioni di ungulati selvatici si compongono di individui in buona salute e di altri più vulnerabili e deboli: gli anziani, i giovani, gli individui debilitati, malati o feriti. Il lupo convive in equilibrio con gli ungulati selvatici proprio perché, generalmente sebbene non esclusivamente, seleziona con cura le prede da catturare con minor sforzo, cioè gli individui più deboli, migliorando così inconsapevolmente la qualità delle popolazioni. Queste popolazioni si mantengono infatti nel tempo grazie alla riproduzione e alla sopravvivenza degli individui sani e vigorosi, dotati di agilità e velocità grazie ad una corporatura evolutasi proprio per la pressione dei predatori che li hanno costantemente selezionati.

A sua volta, la densità delle prede regola indirettamente il numero dei lupi che può essere presente in un’area: raggiunto un certo numero e una certa densità, infatti, la popolazione dei lupi in Italia smetterà di crescere, stabilizzandosi. Quindi la presenza del lupo è compatibile e per certi versi funzionale alla caccia di selezione, regolando le popolazioni di ungulati… e questo se ci pensiamo accuratamente è davvero un bene, o vi devo ricordare i danni economici alle coltivazioni dovuti all’eccessiva presenza di cinghiali? Oppure che popolazioni troppo numerose di cervi e caprioli compromettono il rinnovo dei boschi di conifere?

Un mito da sfatare 

Il lupo attacca gli uomini… per mangiarli? Negli ultimi 200 anni sapete quanti attacchi all’uomo da parte del lupo si sono verificati? 0! Nessuno! Proprio così. L’ultima testimonianza di aggressione nei confronti dell’uomo risale al 1805. Il lupo ha paura dell’uomo e sta debitamente alla larga… riesce a fiutarci a più di 1 Km di distanza, e si allontana ancora prima che noi ci accorgiamo della sua presenza. Può capitare di incontrare casualmente individui in dispersione… ma è cosa più unica che rara, e in ogni caso far rumore servirà a spaventarli.

Il lupo inoltre non danneggia i cacciatori, perché la quantità di prede cacciate dai lupi è di gran lunga inferiore rispetto ai numeri del prelievo venatorio.

Foto di Antonio Macioce

Un’altra questione è il rapporto tra lupi è cani. Il lupo in effetti può essere pericoloso per i cani di lasciati liberi e incustoditi, perché visti come potenziali prede o rivali.

Al contrario però i cani vaganti possono a loro volta essere pericolosi per il lupo, in quanto possono trasmettergli malattie. Inoltre il lupo e il cane, appartenendo alla stessa specie, possono accoppiarsi, generando ibridi non sterili che oltre a imbastardire le popolazioni del lupo selvatico, sono meno diffidenti nei confronti dell’uomo, grazie alla loro “parte cane”… invece è un bene che il lupo abbia paura dell’uomo e se ne stia alla larga!

Il ritorno del lupo in Italia

Il ritorno naturale del lupo in Italia, è un evento di grande interesse e significato ecologico, sociale e culturale.

La distribuzione della specie che appariva continua lungo la catena appenninica fino alla metà degli anni ‘50, subì un’ulteriore drastica riduzione nel ventennio che seguì il secondo conflitto mondiale. Alla fine degli anni ‘50 diviene rarissimo in tutto l’Appennino tosco-emiliano, è però nel decennio successivo che la specie subisce l’attacco più grave, raggiungendo il suo minimo storico nei primi anni ‘70.

Li troviamo soltanto: in una grande area tra Abruzzo, Molise, Lazio orientale, Umbria e Marche; tra Lazio settentrionale e Toscana meridionale; tra Campania, Basilicata e Calabria settentrionale; e nella Sila. I motivi furono: caccia diretta da parte dell’uomo, uso del veleno, scomparsa delle prede naturali, disturbo e distruzione degli habitat, conflitto con le attività zootecniche

Nel 1971 i lupi rimasti in Italia erano due o trecento. In quell’anno parte la campagna del Parco d’Abruzzo e del WWF, significativamente chiamata “Operazione San Francesco“. Nel 1982 a Ginevra, una convenzione europea dichiara il lupo “specie gravemente minacciata“.

Evoluzione dellareale del lupo in Italia – Schema di Adriano Martinoli progetto WolfAlps

A partire da quegli anni si è assistito a un’inversione di tendenza, a cui hanno contribuito diversi fattori: la riconnessone degli habitat naturali, in conseguenza del progressivo abbandono della montagna da parte dell’uomo, la conseguente ripresa delle popolazioni di ungulati selvatici (principalmente cervi, caprioli, cinghiali), la protezione del lupo e la grande capacità di dispersione, tipica di questa specie.

Sebbene in alcune zone il lupo accusi, ancora oggi, gli effetti di una persecuzione da parte dell’uomo, questa tendenza è osservabile attualmente in numerose aree dell’Europa e in particolare sulle Alpi dove la specie, dopo aver rioccupato progressivamente l’Appennino settentrionale, è ricomparsa a partire dai primi anni Novanta.

 Il lupo è una specie autoctona delle Alpi, dove fu presente continuativamente fino alla seconda metà del ‘700; dopodiché, a causa della persecuzione da parte dell’uomo, iniziò il declino che portò alla scomparsa totale della specie tra la fine del 1800 e i primi del 1900. Negli ultimi anni il lupo è ricomparso anche nelle Alpi centrali e orientali, a partire da animali in dispersione naturale provenienti sia dalle Alpi occidentali sia dall’area dinarica (Croazia e Slovenia) e dei Carpazi (Romania), creando i presupposti per l’incontro tra esemplari provenienti da 3 popolazioni di lupo separate da secoli.

Il primo contatto documentato è quello avvenuto nel 2012 nel territorio della Lessinia (VR-TN) tra una lupa della popolazione italica e un lupo sloveno: con la loro riproduzione nei successivi anni 2013, 2014 e 2015 si è così costituito il primo branco delle Alpi che attesta il ricongiungimento di due diverse popolazioni.

Il ritorno del lupo sulle Alpi, dove l’habitat potenzialmente utilizzabile dalla specie risulta, al 2015, ancora solo in parte occupato, se da un lato dimostra la qualità ecologica dell’ambiente montano, dall’altro comporta importanti implicazioni di carattere sociale ed economico, specialmente in relazione ai conflitti con la zootecnia, che vanno opportunamente gestiti.

Il carattere transfrontaliero e lo scambio con altre popolazioni europee di lupo rappresentano un ulteriore elemento di sfida nella gestione, spingendo alla collaborazione tra Paesi diversi per lo scambio di informazioni e di dati e per il coordinamento nella gestione dei branchi transfrontalieri.

Bibliografia

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Riguardo a Alessandro Berlusconi

Alessandro Berlusconi

Studente di Scienze Ambientali presso l’Università degli studi dell’Insubria, da sempre appassionato di natura, animali, escursionismo, birdwatching e fotografia. Credo che per poter proteggere l’ambiente sia necessario prima di tutto educare e divulgare, per riuscire a far amare la natura. Per questo motivo gestisco anche un canale YouTube di divulgazione scientifico-naturalistica di “Ambiente & Natura”. Sono anche Guardia Ecologica Volontaria presso il Parco Naturale della Pineta di Appiano Gentile e Tradate, e attivo nei progetti di ricerca e monitoraggio ornitologico nell’associazione GIO (Gruppo Insubrico di Ornitologia).

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