Megalodonte: tra verità e leggenda

@Herschel Hoffmeyer

Sono ormai diversi anni che il megalodonte, esercita uno straordinario fascino nell’immaginario collettivo. Alcune tra le motivazioni principali di questo fenomeno possono essere ricondotte al gran numero di documentari che hanno come protagonista questo squalo gigantesco, anche se bisogna dire che sono stati realizzati in modi decisamente differenti: si possono trovare ottimi lavori dove sono mostrati i fossili a disposizione e in cui sono interpellati alcuni tra gli studiosi più autorevoli, ma anche casi in cui sembra aver prevalso la scelta di puntare tutto su spettacolari ricostruzioni con la computer grafica, fino ad arrivare a orripilanti docu-fiction, che di docu hanno davvero ben poco, e che possono facilmente indurre a imbarazzanti equivoci i non addetti ai lavori. Ma andiamo con ordine.

Aspetti generali

Il megalodonte (Carcharocles megalodon), da non confondere con Megalodon, nome di un genere di molluschi preistorico, è stato un enorme squalo vissuto tra il Miocene e il Pliocene. Le stime più attendibili sulle sue dimensioni lo descrivono di una lunghezza compresa tra i 15 e i 18 metri e con un peso di circa 30 tonnellate. Ma su cosa basiamo le nostre stime e che cosa è arrivato fino ai nostri giorni del megalodonte? Solo denti e poche vertebre. In effetti, a un primo impatto può sembrare ben poco, ma bisogna tener presente che gli squali sono dotati di uno scheletro cartilagineo, ed è cosa molto rara (anche se non impossibile) che la cartilagine si fossilizzi.

In ogni caso si tratta di ritrovamenti decisamente eccezionali: raggiungendo anche i 18 cm, sono denti  lunghi più del doppio di quelli dell’odierno squalo bianco (Carcharodon carcharias). La maggior parte degli studi su C. megalodon sono pertanto incentrati sui denti e, di conseguenza, sulla probabile potenza del morso. Triangolari e con i bordi seghettati, essi presentano molto frequentemente fratture da compressione sulla punta: è ciò che tipicamente si verifica quando il dente incontra un corpo duro, come ad esempio un osso. Ma questa è solo una delle tante informazioni che si possono trarre solo dallo studio dei denti. Essi infatti devono essere sistemati correttamente, seguendo un ordine ben specifico: 24 denti per la mascella e 22 per la mandibola.

Come metro di paragone con gli squali attuali, si è utilizzato lo squalo bianco, tuttavia ciò ha influenzato negativamente gli scienziati che hanno provato a ricostruirne la dentatura e ha richiesto più di un decennio per giungere a una conclusione soddisfacente, grazie soprattutto al lavoro svolto dal dott. Gordon Hubbell.

A dare molti grattacapi a Hubbell fu la questione del terzo dente superiore: più piccolo e rivolto verso l’interno nello squalo bianco, esso sembrava non avere corrispondenza nel megalodonte. Tutto si risolse quando venne appurato che il famoso terzo dente superiore era in realtà delle stesse dimensioni dei primi due. In realtà confrontando i denti di C. megalodon con quelli di C. carcharias, si possono notare sostanziali differenze riguardo a spessore, frequenza della seghettatura e base, il che suggerisce che i due squali non siano così filogeneticamente vicini come si credeva.

Dente di C. megalodon (più scuro) confrontato con denti di C. charcarias (più chiari). ©Parzi
Dente di C. megalodon (più scuro) confrontato con denti di C. charcarias (più chiari). ©Parzi

Per quanto riguarda le differenze morfologiche tra denti mascellari e mandibolari, i primi sono più grandi e larghi e, in entrambi i casi, le loro dimensioni raggiungevano l’apice nella zona anteriore, andando poi via via diminuendo verso gli angoli della bocca. Negli squali macropredatori i denti non sono fissati all’interno di un alveolo, ma impiantati, tramite la radice, in un letto dentario formato da tessuto connettivo. Il danneggiamento, la rottura e la perdita di denti è molto comune, tuttavia ciò non costituisce un problema, in quanto il sistema di ricambio è estremamente efficiente. Dietro le prime file di denti infatti si formano, in apposite scanalature, diverse file successive, fino a sette negli attuali squali, pronte a sostituire le precedenti attraverso una rotazione graduale molto simile a un nastro trasportatore.

Questo meccanismo di sostituzione è continuo e non si arresta per tutta la durata della vita dell’animale, infatti gli squali del genere Charcarodon possono arrivare a cambiare anche oltre 6000 denti nell’arco della propria vita. Ciò spiega come mai i denti fossili degli squali appartenenti a questo genere siano tanto comuni. Per quanto riguarda la potenza del morso, diverse stime effettuate a seconda delle ipotetiche dimensioni dell’esemplare, sembrano indicare che un megalodonte di 15,9 m fosse in grado di esercitare una forza di oltre 11 tonnellate: questo dato fa sembrare decisamente modeste le 1,8 tonnellate di potenza che può raggiungere l’attuale squalo bianco [Wroe et al.,2008]. Tuttavia le stime circa la potenza dei morsi sono sempre un argomento piuttosto controverso, dove si accumulano dati talvolta anche differenti in modo cospicuo.

Ciò che in ogni caso è da considerare è che alla forza del morso si sarebbe dovuto anche aggiungere la forza dei contemporanei scossoni laterali con la testa, tipici anche degli squali odierni. Come già accennato, la preponderante presenza di denti rispetto alle vertebre ha indirizzato la stragrande maggioranza degli studi in un senso, tuttavia ci sono alcuni importanti elementi che non meritano di essere trascurati. Nelle vertebre infatti è stato possibile notare la presenza di anelli concentrici, analoghi agli anelli di crescita che si possono osservare in una sezione trasversale di tronco d’albero, e che sono presenti anche in altri squali contemporanei. Il conteggio di tali anelli è un utile indicatore dell’età dell’individuo studiato: le stime ottenute sulle vertebre degli esemplari rinvenuti suggeriscono che abbiano raggiunto età comprese tra i 25 e i 40 anni.

Abitudini alimentari

Una domanda molto frequente sul megalodonte è “di cosa si nutriva?” Un animale di tali dimensioni deve aver avuto un altissimo fabbisogno di energia, tra i 600 e i 1200 kg di cibo al giorno, secondo le stime. Certo è che, contrariamente a quanto viene spesso erroneamente propinato all’inconsapevole pubblico, il megalodonte non si nutriva di dinosauri e il motivo è molto semplice: si erano già estinti da un pezzo. Al contrario, durante il Miocene, quando il nostro squalo era presente, si è avuta una grande diffusione e diversificazione di cetacei, con circe 20 specie di balene, alcune anche di taglia piuttosto piccola, ma anche tartarughe marine, sirenidi e pinguini di taglia ben più elevata delle medie attuali. In base alle analogie riscontrabili con i moderni squali superpredatori, il C. megalodon è stato molto probabilmente un cacciatore solitario.

Per avvicinarsi il più possibile alle prede senza essere notato, avrebbe potuto usare una tecnica tipica dello squalo bianco odierno, ossia sfruttare la differente colorazione del corpo: il dorso più scuro era perfetto per confondersi con le acque più scure che si possono vedere guardando verso il basso, viceversa la zona ventrale bianca era l’ideale per gli attacchi dall’alto, in quanto tendeva a confondersi con le acque più chiare e illuminate. Nel caso del megalodonte, quest’ultima ipotesi è ritenuta in genere meno probabile, in quanto la sagoma di uno squalo di tali dimensioni avrebbe oscurato una quantità di luce considerevole se avesse tentato un attacco dall’alto.

È quindi decisamente più verosimile che facesse partire la maggior parte degli attacchi dal basso: alcuni fossili di balene di medio-piccole dimensioni, contemporanee del megalodonte, presentano infatti fratture da compressione dovute a un forte impatto proveniente dal basso, specialmente nelle zone della gabbia toracica, dove sono presenti anche importanti organi vitali.

Una ricostruzione di C. megalodon a caccia. ©Karen Carr
Una ricostruzione di C. megalodon a caccia. ©Karen Carr

Si suppone quindi che il C. megalodon cercasse di stordire la preda colpendola violentemente con la testa con una carica dal basso, poi, approfittando dello stordimento di quest’ultima, ucciderla infliggendo un morso devastante. Questa tattica poteva però non risultare efficace con le balene di dimensioni più grandi, e robuste al punto tale da poter resistere a questo tipo di impatti. In tal caso, dai fossili si evince che lo squalo cambiava tattica, concentrando i suoi attacchi sulla pinna caudale con attacchi alle spalle. L’obiettivo era di compromettere la capacità di movimento della preda, per poi prendersi il suo tempo per finirla. Ma non sempre gli attacchi andavano a buon fine: il fatto di aver trovato vertebre di balena che, dopo un attacco di megalodonte, presentavano segni di guarigione, con la tipica formazione di calli ossei, indica chiaramente che l’esemplare, almeno in quella circostanza, era riuscito a sopravvivere all’attacco.

Dominatore incontrastato?

Questo grande e possente predatore sembra abbia regnato incontrastato per tutto il tempo in cui è vissuto sulla Terra, ma in realtà i fatti non stanno esattamente così. I cetacei suoi contemporanei non annoveravano solo pacifiche e relativamente indifese balene, ma anche qualcuno che avrebbe potuto dargli non poco filo da torcere. Un esempio eloquente è il brigmofisetere (Brygmophyseter shigensis), un antico odontocete imparentato con gli attuali capodogli, rispetto ai quali però, presentava denti anche sulla mascella anziché solo sulla mandibola. I denti inoltre erano straordinariamente lunghi e robusti e, sebbene raggiungesse dimensioni inferiori a quelle del C. megalodon (circa 7 metri di lunghezza), avrebbe compensato lo svantaggio vivendo e cacciando in branco.

Trattandosi di mammiferi inoltre, la loro omeotermia era certo più efficace della gigantotermia del megalodonte, pertanto anche la rapidità di movimento sarebbe stata superiore, specialmente nelle acque via via più fredde, dove al contrario lo squalo sarebbe stato più lento e meno reattivo. Inoltre c’è anche un altro vantaggio che gli avversari del megalodonte avrebbero avuto: l’intelligenza. Come si può notare negli attuali confronti tra i branchi di orche e gli squali, in quanto a tattiche, capacità di comunicazione e coordinazione degli attacchi, non c’è storia. Pertanto è più che lecito supporre che alla prospettiva di uno scontro aperto tra un branco di brigmofisetere e un megalodonte, quest’ultimo preferisse battere in ritirata.

In effetti, il rischio di riportare danni permanenti, specialmente in punti sensibili come occhi e branchie, avrebbero spinto il megalodonte a desistere e a concentrarsi su prede meno pericolose, così come fanno e hanno sempre teso a fare i predatori.

Declino ed estinzione

La presenza di avversari sempre più organizzati, intelligenti e agguerriti potrebbe spiegare il graduale declino del megalodonte, fino alla scomparsa avvenuta circa 1,8 milioni di anni fa, tuttavia l’evento scatenante sembra sia stato un graduale raffreddamento globale. Come già detto, animali non a sangue caldo, tendono a mal sopportare temperature più basse e necessiterebbero di una quantità maggiore di nutrimento, proprio per fronteggiare questo problema. Tuttavia come già accennato, acque più fredde avrebbero reso il megalodon più intorpidito e di conseguenza meno efficiente nella caccia e quindi sempre meno competitivo nei confronti dei suoi rivali mammiferi.

A tutto ciò può essersi anche aggiunto un drastico cambio delle rotte migratorie delle sue prede preferite, i misticeti. Con il raffreddamento globale infatti, le calotte polari hanno iniziato a espandersi, portando di conseguenza ad un abbassamento del livello del mare: questo evento ha portato alla comparsa dell’attuale istmo di Panama, il che ha costretto i branchi di balene a compiere enormi deviazioni nelle loro rotte migratorie. Ciò ha portato il C. megalodon, limitato nelle zone con acque calde, a non avere più un accesso costante alle sue prede abituali. A tutti questi fattori si potrebbero aggiungere ancora anche gli stessi parametri del ciclo vitale degli squali: maturità sessuale tardiva, riproduzione spesso biennale e figliate ridotte potrebbero aver certamente contribuito a renderli sempre più vulnerabili e, a lungo andare, a portarli all’estinzione.
Veniamo infine all’ultima grande domanda che in tanti si pongono, spesso con non poca ansietà riguardo al megalodonte.

Può non essersi estinto completamente?

Da sempre l’immaginazione umana ha riempito i mari di ogni sorta di mostro marino, alimentata dalla paura suscitata dall’ignoto, insito nelle oscure profondità degli abissi marini. In effetti è proprio qui che in molti si chiedono, e talvolta ipotizzano, che possa essere sopravvissuto, lontano dai nostri occhi. Com’è noto però, abbiamo detto che prede preferite del C. megalodon erano misticeti, non proprio dei grandi frequentatori di abissi, inoltre, in quegli ambienti, le acque sono decisamente fredde e, come abbiamo visto, il nostro squalo era tutt’altro che un amante delle acque fredde. Ma se esistesse ancora, sarebbe più che ragionevole supporre che frequenti le acque più superficiali, frequentate a loro volta anche delle balene, che ogni tanto devono anche riemergere per respirare.

Quindi in sostanza dovremmo aspettarci di trovarlo lungo la fascia intertropicale (per le acque più calde) e nelle zone tendenzialmente più superficiali (per stare vicino alle prede) e tutto ciò renderebbe molto più probabile sia l’avvistamento sia l’incontro diretto con gli umani. E ciò non è avvenuto. Come se non bastasse, in base alle zone in cui sono avvenuti i ritrovamenti fossili, sembra che prediligesse acque piuttosto vicine alla costa, ovvero proprio le zone ora più frequentate dagli esseri umani. Presunti avvistamenti e possibili prove sono state citate in grande quantità, e a volte sfruttate anche senza troppi scrupoli per cercare l’interesse del pubblico, con tanto di falsi più o meno dichiarati. Ma non c’è niente, assolutamente niente di inequivocabile, non una foto, un filmato, un esemplare anche giovane catturato più o meno per caso.

Eppure, se ci fosse ancora abbiamo visto che non sarebbe poi tanto difficile da trovare, specialmente se si aggiunge il fatto che un animale lungo tra i 15 e i 18 metri dovrebbe essere piuttosto visibile. Poi è ovvio che non può essere stato un solo esemplare a sopravvivere fino ai giorni nostri, ma per lo meno una popolazione minima di megalodon, quindi con presenza di maschi, femmine, esemplari giovani, adulti e anziani, tutti sempre stati nascosti alla nostra vista. Nonostante questo, le schiere di fan dell’esistenza di mostri marini fanno leva su tutta una serie di avvenimenti inspiegabili, su cui si potrebbero scrivere pagine intere e per cui sembra essere solo un megalodonte la causa.

In sostanza si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di persone non propriamente qualificate per fare delle analisi consapevoli e soprattutto obiettive, pertanto esse difficilmente saranno in grado di spiegare e giustificare le considerazioni che abbiamo fatto in precedenza circa la decisamente grande improbabilità che il C. megalodon possa essere attualmente ancora presente. Infatti nessuno ha esplorato al 100% tutti i mari e tutti gli oceani del mondo per poter affermare con assoluta certezza che non esiste più alcun megalodonte, ma questo può valere anche per ogni creatura marina mai vissuta di cui è stata decretata l’estinzione, come il mosasauro (Mosasaurus hoffmannii), tanto per citarne una. È il buonsenso, oltre alle conoscenze della paleontologia, delle leggi della biologia e dell’ecologia a poterci indicare la strada maestra per dare una risposta a questa domanda.

dimensioni del megalodonte ©Matt Martyniuk
Le dimensioni del megalodonte ©Matt Martyniuk

Bibliografia:

  • F. Harvey Pough et al. – Zoologia dei Vertebrati – 2014 – Pearson
  • A. De Maddalena – Biologia dello Squalo bianco – 2014 – Magenes

Sitografia:

  • http://www.prehistoric-wildlife.com/species/m/megalodon.html
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