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Beringia, Evoluzione umana
L'attraversamento della Beringia durante l'ultima Era Glaciale. Credits: Wikimedia Commons.

L’uomo arrivò in Nord America attraverso la Beringia 10.000 anni prima del previsto

I nostri antenati migrarono dall’Asia al Nord America attraverso la Beringia 10mila anni prima delle ultime previsioni.

Per capire meglio il valore della scoperta è necessario fare un riassunto di quanto avvenuto in precedenza. Durante l’ultima Era Glaciale, in particolare nel periodo che viene chiamato Ultimo Massimo Glaciale, si assistette alla massima espansione dei ghiacci e, grazie all’abbassamento del livello del mare, lo Stretto di Bering tra l’Asia e l’Alaska fu reso attraversabile da una regione emersa detta Beringia.

Finora, anche grazie a un articolo pubblicato su Science nel 2014, si ipotizzava che i primi colonizzatori avessero attraversato lo Stretto di Bering 25mila anni fa e che avessero poi sostato in Beringia altri 10mila anni. Questa era l’unica spiegazione che conciliasse i dati genetici, secondo i quali i nativi americani si sono distinti come popolazione circa 25mila nni fa, con i dati archeologici, che datavano a 15mila anni fa il più antico insediamento umano ritrovato nel continente americano.

Il colpo di scena

Una ricerca dell’Università di Montreal ha datato a 24mila anni fa alcuni reperti fossili canadesi dimostrando, quindi, l’esistenza di un’attività umana in Nord America molto più antica del previsto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PLoS One e riporta la firma di tre scienziati: Ariane Burke e Lauriane Bourgeon dell’Università di Montreal, con il contributo di Thomas Higham dell’Università di Oxford.

La scoperta è stata realizzata grazie all’analisi di ossa ritrovate nelle grotte di Bluefish, sulle sponde del fiume Bluefish al confine tra il Canada e l’Alaska. Le ossa di animali all’interno del sito archeologico, scavato tra il 1977 e il 1987, furono a suo tempo datate intorno a 30mila anni fa e finora non c’era stata nessuna prova che alcune di quelle ossa fossero segnate da strumenti usati da uomini primitivi.

Ma la prova, adesso, è arrivata.

Tra le migliaia di frammenti fossili rinvenuti nel sito e conservati al Canadian Museum of History di Gatineau, gli scienziati hanno rilevato tracce di attività umana in almeno quindici ossa. «Diversi segni sulle superfici delle ossa sono stati fatti da strumenti usati per scuoiare gli animali», ha spiegato Ariane Burke. «Ci sono evidenti segni di taglio provocati da esseri umani».

I ricercatori hanno quindi esaminato le ossa con la tecnica del radiocarbonio. E il frammento più vecchio, una mandibola di cavallo con i segni di uno strumento usato per rimuovere la lingua dell’animale, è stato datato tra 23mila e 24mila anni fa.

In definitiva, la scoperta dimostra una volta per tutte che le grotte di Bluefish sono il più antico insediamento umano conosciuto in Nord America. Ed è una conferma, che si aggiunge ai dati genetici, del fatto che i nativi americani hanno formato una popolazione isolata circa 25mila anni fa.

Riguardo a Flavio Alunni

Flavio Alunni

Divulgatore scientifico. Blogger (clicca sulla casetta). Laureato in scienze biologiche, sono da sempre affascinato dal bizzarro, da ciò che sorprende e meraviglia. Nella scienza trovo tutto questo e molto altro, ecco perché mi piace raccontarla. Alcuni miei articoli sono usciti anche su Galileo Giornale di Scienza e Wired Italia.

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