Tossicità ambientale del Glifosato

In questo articolo, abbiamo tradotto un intervento sul “Food and Farm Discussion Lab” della neuroscienziata Alison Bernstein, divulgatrice scientifica sotto lo pseudonimo di “Mommy PhD”. Nel suo pezzo venivano messe a confronto le tossicità acute e croniche del noto diserbante totale Glifosato e di una sostanza che ingeriamo praticamente ogni giorno, la caffeina.

Riassumendo, l’articolo concludeva che di per sé la caffeina è 40 volte più tossica del Glifosato e che i livelli di esposizione reali alla caffeina sono centinaia di volte superiori alla sua Reference Dose* mentre il Glifosato realmente assorbito da chi lo sparge sui cambi da diserbare, cioè gli esseri umani più esposti all’erbicida, è al massimo il 4% della sua Reference Dose.
Un aspetto che quell’articolo non investigava era il rischio ambientale dato dal Glifosato, che venendo rilasciato in campo aperto ha la possibilità di interagire non solamente con noi esseri umani ma anche con gli altri esseri viventi, che nel loro insieme formano la rete ecologica locale.

Qual è dunque il rischio ambientale dato dall’utilizzo di Glifosato?

Per prima cosa vediamo il meccanismo tramite il quale produce i suoi effetti erbicidi.

Il Glifosato è un analogo della glicina, che nelle piante è un precursore di tre altri amminoacidi, ovvero la fenilalanina, il triptofano e la tirosina. Per questa forte somiglianza viene riconosciuto come substrato dallo stesso enzima che, nella via metabolica condivisa da tutti e solo gli organismi vegetali,  trasforma la glicina nel precursore successivo di questi tre amminoacidi.
Dato che viene riconosciuto dallo stesso enzima ma non viene alterato dalla sua azione lo blocca, rendendolo inabile a processare la glicina e così le piante “muoiono di fame”, ovvero il loro metabolismo perde la capacità di produrre nuove proteine. Quindi, sostanzialmente, il Glifosato è a sua volta un amminoacido.

Un’altra utile premessa riguarda il concetto di rischio.

In ogni disciplina il rischio può essere considerato funzione della pericolosità del fattore considerato e della probabilità o magnitudine di esposizione a quel fattore.  Per intenderci il rischio di catastrofe meteorite non è particolarmente elevato perché pur essendo altissima la pericolosità di un corpo celeste siffatto che decidesse di cadere sulla terra è estremamente bassa la probabilità che ciò accada. Viceversa preoccupiamoci delle automobili perché pur avendo una pericolosità circoscritta a relativamente poche persone (e non necessariamente fatale) la nostra esposizione alla guida di automobile come passeggeri, guidatori oppure passanti è davvero alta.
Il paradigma del rischio: Rischio = Pericolo x Esposizione

Dato quindi per assodato che la pericolosità del glifosato non è particolarmente alta per gli organismi non vegetali, per quantificare il rischio che costituisce per l’ambiente dobbiamo guardare ai livelli di esposizione e quindi a quello che nel gergo di chi stima il rischio per professione viene chiamato, con un inglesismo, “environmental fate”.

Ovvero: Dove va a finire il glifosato una volta spruzzato? Quanto perdura nell’ambiente? Va veramente a biomagnificarsi tramite la catena alimentare?

Queste domande servono a capire se il suo destino è accumularsi in qualche comparto ambientale, dando quindi in tal caso elevati livelli di esposizione. Le risposte a questi quesiti sono state investigate e sono tuttora oggetto di approfondimento ma possiamo già dare qualcosa per assodato. Una volta spruzzato sulle piante viene assorbito a livello delle foglie e quello che non penetra nella pianta viene lavato via dalla pioggia, ma non penetra oltre ai primi strati del suolo (circa 20 cm) e alle acque di superficie (presente solo nel particolato di suolo in esse disperso, 1).

Lì lui e il suo principale prodotto di degradazione (l’AMPA), essendo entrambi attratti dagli ioni negativi delle particelle del suolo, permangono nella rizosfera venendo ancora assorbiti dalle piante superstiti, stavolta dalle radici (2). Riprendo un concetto che ho espresso solo poche righe fa, il glifosato è un amminoacido, pertanto è cibo! Cibo per i batteri ovviamente, che lo utilizzano volentieri come fonte di fosforo, carbonio e azoto (3). Loro non essendo piante, non hanno la medesima via metabolica che il glifosato blocca nei vegetali, e lo possono dunque assorbire in sicurezza. Questo fa sì che l’emivita del glifosato nel suolo sia abbastanza breve, non permettendo nessun fenomeno di biomagnificazione (i batteri lo demoliscono, non lo accumulano) e nemmeno di lisciviazione nelle acque di profondità (4).

Una curiosità, per riprendere il confronto Glifosato/caffeina dell’articolo precedente: anche la caffeina, lungi dal restare fissa nei tessuti dei vegetali che la producono, ha un “destino ambientale“.

Come ogni altra sostanza ha infatti una vita che dipende da chi e da quanto riesce a degradarla. Capita infatti facilmente che da residui vegetali che la contengono passi al suolo, nel quale svolge una azione allelopatica, cioè scoraggia altre piante a crescere vicino alla pianta che l’ha prodotta (5).

*La Reference Dose è la quantità giornaliera di un dato composto, stabilita in modo estremamente precauzionale, che si può ingerire oppure assorbire in altro modo ogni giorno per tutta la vita senza aspettarsi alcun evento avverso.

Bibliografia:

  1. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23849835
  2. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29051473
  3. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29705962
  4. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18161065
  5. http://hss.ulb.uni-bonn.de/2007/1080/1080.pdf
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